LA CRITICA LETTERARIA SI E’ ARRESA

La poesia e la critica sono da tempo entrate in un conflitto che non è solo generazionale, ma evidenzia qualcosa di ben più spinoso ed eterogeneo. Sia perché il numero stesso dei critici cosiddetti militanti sembra essersi notevolmente ridotto, stando ai lavori editoriali, sistematici, sulla poesia, sia perché manca una ricognizione ampia, non arbitraria, che faccia i conti con più tendenze e con quella che personalmente definisco la forza della dispersione. “In fondo all’ignoto per scoprire il nuovo”, diceva Charles Baudelaire, il padre del modernismo. Ma sui giornali, sugli inserti dei quotidiani, sulla stessa piattaforma online, solitamente leggiamo interventi e recensioni che ribadiscono una certa asfissia, una decantazione dei poeti deceduti, della classe editoriale di prestigio e dunque degli stessi autori in voga da decenni. Manca completamente una scoperta che proceda per linee tematiche, per poetiche, per aree geografiche. Una mappa orientativa che sappia illustrare con esaustività lo sperimentalismo così come il neo-lirismo. Insomma, quasi nessuno si sporca più le mani, ed è venuto meno anche l’impegno della rivista “Atelier”, quando la “fucina ventennale” voleva ricostruire, stando alle parole di Andrea Temporelli, una militanza “seria e costruttiva” che l’accademia non era in grado di esprimere. Quanta poesia misconosciuta e di valore non si conosce? Cosa fare perché esca dalle catacombe? La critica italiana soffre di un male cronico: non perché non vada incontro ad un pensiero unico o unificante, ma perché l’esperienza letteraria è sempre più dissipata. Non c’è dubbio che il problema rimanga legato indissolubilmente al giudicare, dunque al fare critica nel senso pieno del termine. Come scegliere perché la critica sia credibile nel panorama odierno così soffocante e plurimo di produzione? Ma ritorniamo al dunque: dov’è finita la nettezza di giudizio che non indugia su rapide semplificazioni, specie quando riconosce che la bellezza di un’opera sta nel circolo delle sue continue metamorfosi e nel possesso delle dimensioni spirituali? Il fine non è il primato dell’estetica, ma la ricerca di una verità nell’inseguire argomenti in un quadro di valori inossidabili nel fondamento che li regola. Giudizio e gusto traducono una possibilità, un processo abitabile, una direzione che suscita l’interrogativo, quel fascio di luce da seguire nel comunicare la qualità e la forza dell’esperienza. Purtroppo, però, il solo modello seguito è di chi sale le scale della verticalità. La critica, ogni critica, ha dei limiti temporali. Cioè non può stabilire dei valori definitivi in tempo reale. Eppure, paradossalmente, chi ha optato per le antologie poetiche ha scelto il modello del canone a discapito delle generazioni più giovani, completamente abbandonate (Daniele Piccini ed Enrico Testa). Non c’è bisogno di scomodare Harold Bloom per capire che bisogna essere onesti al punto da capire che chi non sceglie ha già fallito, ma la poesia italiana contemporanea giace per lo più nell’oblio. C’è anche una critica letteraria secondaria che ha ceduto il passo alla tendenza della pubblicistica volta a soccorrere scelte à la page senza alcuna disamina attenta e foriera di un discernimento. Oltre ai poeti noti, il vuoto o presenze estemporanee, del tutto occasionali. Diciamo la verità: non è vero che mancano gli spazi. Si sono ridotti quelli disponibili sul cartaceo, ma il web, se ben concepito, può essere una grande risorsa. Bisogna semplicemente utilizzarlo bene. I nuovi strumenti di comunicazione hanno aumentato la possibilità di fare critica, di discutere, ma la testimonianza di un terzo millennio lacerato e conflittuale, oggi viene saltata di netto nella pigrizia di chi non sente il bisogno di collocare una fetta consistente di autori. Leggo poesia da sempre e riconosco una viva autocoscienza, il privilegio e l’angoscia dello spazio-tempo, la parola che denuncia il dolore e insieme la sopravvivenza, la marginalità sociale, una sorta di sussulto terrigeno e una tensione ansiogena di tipo esistenziale. Insomma, la poesia resiste. Ma i critici necessari, dove si sono nascosti? Il dibattito fornito da una moltitudine di registri e dall’intersecarsi di linguaggi, strutture e attribuzioni simboliche, non emerge più. Conosco poeti lirici e narrativi che andrebbero catalizzati in una ricognizione di stile, per fare un esempio. Perché nessuno lo fa? Cito Raffaele Manica, un critico che invita a leggere un classico ogni due novità, o due classici per ogni novità. Manica apre un confronto impietoso tra quello che è stato in passato e ciò che è la società letteraria del Duemila. Tra l’attenzione alla buona letteratura e il disinteresse generale di adesso, il quadro odierno è completamente cambiato, trasfigurato. Tra una società più attenta e un pubblico che non conserva granché della buona letteratura, la vicissitudine delle forme appare deprimente. Alfonso Berardinelli si è spesso interrogato sul ruolo di intellettuale, di critico militante (termine “strano e bellicoso”) diviso tra l’accademia e il giornalismo, capace di praticare un mestiere discutendo sui metodi inseriti tra storicismo, formalismo, strutturalismo, post-modernismo e una visione dell’attualità priva di schemi fissi. Lo scrittore invisibile (Gaffi 2013) è un libro di Berardinelli dove appare una selezione di articoli curati da Angela Borghesi. Si evince immediatamente che per avere dei “difetti definibili” la nostra critica dovrebbe prima cercare di esistere invece di suicidarsi nel cosiddetto maquillage culturale. Berardinelli rivendica, nonostante tutto, un diritto, “perché siamo ancora un paese scarsamente educato alla critica”. Ma impattiamo in un autore anomalo, che sorride se lo si chiama professore, che contraddice l’uso dell’impegno e una certa inefficacia e isolamento tipici dell’Italia culturale. Sostiene che l’élite culturale è finita da tempo, in ragione del fatto che nel passaggio dalla cultura alla vita sociale “c’è di mezzo il mare della realtà che è indomabile”. Tenta di reinventare proprio la critica, prende in esame la contingenza, il clima, la particolarità, la cronaca. “I migliori libri di critica sono legati ad un particolare momento”, commenta Berardinelli. In fondo, dunque, per lo scrittore invisibile, la critica ha fallito laddove non è stata capace di discernere non solo un’opera, ma la stessa società, le idee, il costume pubblico, in una sorta di antropologia del presente. Si manifesta un attrito in divenire, una mediazione non pacificata, un’esperienza vitale che Berardinelli riproduce nelle sue definizioni. Accusa infine la nostra cultura di non conservare il respiro e il gusto della conversazione come “segno di realismo”, come necessaria mediazione. Il critico dovrebbe rimanere l’iniziato che avvia un’azione democratica, che interroga l’altro per il piacere, semplicemente, di far propria un’opinione. Tornando al punto di partenza si potrebbe lanciare una provocazione: se oggi nascesse un nuovo Attilio Bertolucci non se ne accorgerebbe nessuno. La consapevolezza collettiva della critica sembra irrimediabilmente perduta. Il problema non è neppure sul metodo critico, ma sul perché la critica si sia assentata ingiustificatamente. Forse ha ragione Franco Brevini, quando nel suo saggio Un cerino nel buio (Bollati Boringhieri 2008) scrive: “La crisi delle humanae litterae è insomma il lento spegnersi di un solido, luminoso, mobile faro, che va progressivamente perdendo la sua millenaria capacità di illuminare l’uomo all’interno di una società in cui ogni generazione sperimenta un mutamento sempre più veloce e inarrestabile. Dietro la crisi dei saperi tradizionali sta l’imponente trasformazione storica, un processo che investe alle radici la società, il principio di autorità e le conseguenti istanze di espressione e di partecipazione del soggetto”. Forse una via d’uscita non c’è. I libri di poesia si alimenteranno solo dell’attivismo dei loro autori, entusiasti o meno, riconosciuti o meno (da quelli nati alla fine degli anni Cinquanta in giù, fino ai più giovani). Andremo incontro ad un’informazione metastatica, scollegata, in un’epoca grigia e banalizzata, dove la sede delle frontiere sul web registrerà una legittimità piena, seppur residuale, di tutti e di nessuno.

Alessandro Moscè

 

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