IL DIVISMO DI D’ANNUNZIO

Gabriele D’Annunzio, dal 1914 al 1924, sembrò inaugurare l’epoca del divismo, la stagione del compimento del superuomo immaginato da Friedrich Nietzsche (definìto “anima fraterna”) e realizzato nell’attivismo di un abruzzese piccolo di statura, insignificante, che da un capo all’altro del paese, e anche oltre, infondeva la virtù dell’azione. Cosa intendiamo per una virtù in movimento, aggregativa e partecipativa, assoluta? Senz’altro la vita vissuta con grande animosità, distinta nella dimensione pubblica (la letteratura, il teatro, la politica) e in quella privata (il culto della donna e dell’eros, della bellezza in ogni sua forma, anche quella perduta). D’Annunzio amava la gloria, la magnificenza dell’Impero Romano e ne auspicava una rinascita. La commemorazione dei Mille di Garibaldi, il 5 maggio 1915, venne interpretata eroicamente, come fosse l’azione delle azioni. Ma fu un caso isolato, senza seguito, perché il vate aveva qualità poliedriche ben al di sopra della norma e la stessa politica agli albori del fascismo di regime fu una proiezione drammaturgica, una verifica e una profezia che nascevano dalle parole trasformate in interventismo, al cui apice si situa senz’altro l’impresa di Fiume. D’Annunzio era un genio nel romanzo, nella poesia, nel teatro, nell’oratoria, nella pubblicistica. Coniò nuovi vocaboli per la lingua italiana (il più noto, probabilmente, è il “tramezzino”). La politica la teorizzava e la consumava esattamente come l’aveva pensata, così l’amore nel sentimento e nel sesso (il “gaudio carnale”), che non rimasero in un libro di propositi, in versi licenziosi, ma necessitarono dell’effetto emotivo, della riuscita nella realtà: la personificazione illustrata dall’elegante alter ego Andrea Sperelli, il protagonista del romanzo Il piacere (1889). D’Annunzio riuscì, con il suo stile, a fare dell’esistenza un’opera d’arte fino a costituire prima un governo del tutto personale (la Reggenza del Carnaro a Fiume) e infine un espatrio idillico nel maestoso Vittoriale, a Gardone Riviera, che racchiude ancora la concretizzazione del decadentismo nella meticolosa conservazione degli oggetti, dei simboli, del fasto di un tempo (“Tutto è qui da me creato o trasfigurato”). La Veranda dell’Apollino tra la luce dorata infusa da una chimera rinascimentale e la presenza malinconica della madre, nonché della disincantata Eleonora Duse, con le fotografie sparse sui tavoli, riproducevano la “gemma” della memoria, la conservazione attiva dei ricordi personali in un labirinto di vasi, calchi, tappeti. In quella ricchissima dimora la morte nasceva dalla vita, non ne era l’epilogo. Da Il piacere: “La Morte è qui, e la Morte è là; da per tutto la Morte è all’opera; intorno a noi, in noi, sopra di noi, sotto di noi è la Morte; e noi non siamo che Morte. Da prima muoiono i nostri piaceri, e quindi le nostre speranze, e quindi i nostri timori; e quando tutto ciò è morto, la polvere chiama la polvere e noi anche moriamo”. Nel terzo millennio la politica convenzionale non saprebbe mai estrarre dal cilindro un D’Annunzio: un uomo colto, raffinato, esteta, immaginifico, innovatore. Colui che a distanza di cento anni resta l’unico poeta e politico che ha trascorso e autocelebrato in prima linea, parallelamente, le due vite. Nulla a che vedere con l’egocentrismo retorico dei politici del Duemila, spesso sprovvisti anche di un titolo di studio. Si tratta di scaltri intrattenitori nati per essere guardati dai mass media, imbonitori, manovratori di un millennio convulso, incalzante quanto ipervisibile. Gente imbarbarita, smaniosa e mai sazia. I partiti sono un ricettacolo bramoso di mediocri che respingono il talento, la dote, l’ingegno. Chi possiede una tessera è un megafono, un trasportatore di vanità, di intendimenti a scadenza, di programmi riciclati, di quel copia e incolla che soddisfa il bisogno momentaneo dell’elettore sovranista, democratico, cattolico, europeista, riformista, ideologo, socialista ecc. Ogni uomo non è più un’isola, ma un arcipelago. Se fosse vivo, D’Annunzio rimarrebbe in disparte, volontariamente esiliato da tanto “grigio diluvio” e resistente in quel che donò, a partire dalla sua dimora. “Al visitatore: Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro, o mascheraio. / Aggiusta le tue maschere al tuo viso. / Ma pensa che sei vetro contro acciaio”.

Alessandro Moscè

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