IL VIAGGIO DEI SENSI

Turismo ecosostenibile, turismo ed evasione, turismo e spreco. Turismo fastidioso, invadente (il caso delle navi da crociera a Venezia). Turismo senza informazione e conoscenza, che non vede e non sente, che non fotografa e non differenzia i luoghi con storia, usi e costumi propri, che si riduce ad un conteggio di ore prima del pranzo e della cena, stretto in un tempo ad orologeria che scandisce le giornate. Turismo imposto che non insegna il dato critico, né il piacere sensoriale della scoperta, il quale non necessariamente si prova attraversando distanze, coprendo chilometri. Basterebbe citare l’immaginaria Macondo nel capolavoro Cent’anni di solitudine (1967) di Gabriel Garcia Marquez, una comunità che viveva in un villaggio di fango e canne, cresciuto in un letto di fiume dalle pietre levigate come le uova di dinosauro. In quel romanzo gli avvenimenti sono immaginari, inventati, prodigiosi. Pensiamo a Viaggio intorno alla mia camera (1794) di Xavier de Maistre, il quale scrisse: “Dopo la poltrona, procedendo verso il nord, si scopre il letto, che è disposto in fondo alla stanza, e crea la più gradevole delle prospettive”. Il viaggio fantastico è pari, se non superiore, a quello materiale. In proposito il Festival del Giornalismo Culturale tenutosi sabato 14 settembre nello splendido scenario dell’Abbadia di Fiastra, ha dimostrato che il viaggio, tema dell’incontro, si compie inconsapevolmente. Tra gli altri ospiti gli scrittori Angelo Ferracuti e Matteo Nucci. Dove sei? Dove vai? I turisti aumentano, ma l’impressione è che diminuisca il piacere di andare. Ci spostiamo di più e capiamo sempre di meno.  Ferracuti, autore di bellissimi reportage, è in partenza per l’Amazzonia del Brasile, verso Rio Branco e Xapuri, nella regione di Acre, una delle più colpite dagli incendi dolosi nelle terre di Chico Mendes, per intervistare i figli e i compagni di lotta. Vedrà la foresta sfregiata volando in mongolfiera con Don Luiz Ceppi e Elenira Mendes. Acquisterà una piccola barca, lo Snark di londoniana memoria, con la quale a primavera navigherà il Rio da Manaus fino alla Colombia raccontando popoli, taglialegna, cercatori d’oro e narcotrafficanti. Il suo è un viaggio di avvicinamento all’interlocutore e alla sua terra. Un viaggio politico in un certo senso, perché di partecipazione umana, più che di esplorazione naturalistica. Matteo Nucci, capace di reinventare i miti, di attualizzarli, rivive Odisseo (non Ulisse), che è un personaggio astuto, prudente. Il suo vedere è sapere nella visione della mente (Platone). Vorrebbe restare a casa, ma è costretto a lasciare Itaca per la guerra. Quando ritorna è spaesato, non riconosce la sua casa. Odisseo è un meditatore, come coloro che viaggiano e hanno la nostalgia del luogo, di ogni luogo, non l’obbligo di trovare qualcosa di finito. E’ il suo dinamismo cerebrale che lo induce ad ascoltare storie, miti, a raccontare passato e presente. Ci sono cose al di là di un limite, di un confine, di un precipizio. Ma per restare ai turisti di oggi, ci si chiede dove siamo e dove andiamo. Sono queste le coordinate del viaggio. Non è sufficiente una cartina alla mano. E’ sempre l’occhio che capta un’atmosfera, che vede oltre un monumento, una statua, una fontana, una piazza, uno slargo. Usiamo l’udito, il gusto, il tatto, l’olfatto. Il viaggio creativo ci porta ad allargare i confini in uno spazio da riempire, appunto, di sensi. Nella terra del sole e degli eroi, nella nostra Iliade. La stessa di Odisseo.

Alessandro Moscè

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