LA QUADRILATERO DELLA DISCORDIA E IL PAESAGGIO ARCAICO

Percorro ancora una volta, in questo torrido agosto, il tratto Fabriano-Senigallia, mentre stando ai giornali imperversa la crisi delle ditte appaltatrici e sub-appaltatrici mettendo a rischio il Fondo Salva Imprese promosso per il rilancio dell’edilizia pubblica (anche marchigiana). Appena imboccata la superstrada i pendii delle alture rendono l’aria ombrosa e fresca fino all’imbocco della prima galleria preceduta dalle superfici catarifrangenti. Tra l’Umbria boschiva di San Francesco e le Marche collinari dei monaci silvestrini, domenicani e camaldolesi, fino alla distesa del mare Adriatico che divide il Paese dall’Europa dell’est, il taglio obliquo della statale collega questa Italia di mezzo immersa in un’infinita pastoia burocratica, in particolare dopo l’interruzione dell’attività governativa nel bel mezzo dell’estate. Il raddoppio della SS76 quasi del tutto concluso nella Provincia di Perugia, procede a fatica costeggiando il fianco di Fossato di Vico, un paese antichissimo con resti monumentali di stile romanico lungo la via Flaminia di una volta, e la terrazza a forma di galea di Serra San Quirico, che fu un presidio etrusco e piceno fortificato dallo Stato Pontificio. La moderna rete viaria non è stata completata a partire dal confine esatto delle regioni. Entrati nelle Marche si viaggia ancora a due corsie: carreggiate strette, svincoli e curve a gomito, nessuna corsia di emergenza, poche piazzole di sosta (solo a destra provenendo da Ancona), gallerie in serie e limiti di velocità non rispettati. E’ incredibile il mutamento della natura nel raggio di così pochi chilometri. Qui la terra è scavata ed emerge dal pietrisco spezzato, dagli ossidi di ferro, da un composto rossiccio, argilloso, rilasciato in superficie dalle cavità. Solo raramente si vedono pale meccaniche, escavatrici, ruspe. Il lavoro non procede a tempo pieno. In alto, parallelamente a Borgo Tufico, le piante e gli alberi (aceri di monte, carpini, roverelle) fioriscono dalla profondità del suolo, mentre di lato le paratie e il guardrail provvisorio di un tratto di rettilineo, nonché i capanni prefabbricati, più che dispositivi di sicurezza sembrano un segno di invadenza nella zona archeologica che respira di passato (III secolo d.C.). In centinaia di anni, nell’alveo dei fiumi e nei dintorni, sono stati trovati, sorprendentemente, ritratti bronzei, reperti epigrafici, parti di strutture edificate, una stele cuspidata, basi di capitelli. Il torrente Giano confluisce nelll’Esino a valle, in un silenzio inattaccabile quanto invisibile, mentre proseguendo si arriva a Genga, nel territorio chiuso ed elevato, dall’aspetto preistorico, nello scenario della Gola della Rossa: un nudo paesaggio arcaico in cui la bellezza e il mistero del sotto piano hanno originato le grotte ipogee di Frasassi, le più belle del mondo. Il progresso del Duemila abbatte le vecchie costruzioni e i piloni. E’ rimasto un ammasso scomposto di ponti e viadotti ormai inutilizzati, armature, cavi e tubazioni che spuntano ovunque e metalli lasciati sull’asfalto raggrinzito. Il profilo delle gallerie da innestare è l’involucro del nuovo corso che dovrebbe incidere un rettilineo togliendo spazio all’altopiano. Se lo sguardo si proietta nella dimensione carsica, la materia di cemento e catrame fa un certo effetto. La linea aerea di speroni naturalistici contrasta con la sostanza creata dalla mano dell’uomo per facilitare i commerci, per accorciare i tempi di percorrenza da un luogo all’altro. Non so se da queste parti si avvistano ancora l’aquila reale e il gheppio con le ali a ventaglio. La roccia è la genga (un’arenaria porosa, friabile, giallastra), la stessa nominata dal grande urbinate Paolo Volponi nel romanzo La strada per Roma (Einaudi 1991) che vinse il Premio Strega. Dall’uscita Apiro-Mergo fino a Maiolati, Cupramontana e Jesi, le sommità si abbassano e il dissodamento delle selve ha favorito la coltura dei vitigni per la produzione del Verdicchio. L’ambiente offre un’infinità di varianti geologiche e vegetali, superiori a quelle presenti nelle carte planimetriche dei tecnici che hanno approntato il progetto esecutivo della famosa Quadrilatero, società pubblica di progetto  volta alla realizzazione dell’infrastruttura viaria integrata alla realtà economica ed industriale del territorio umbro-marchigiano”, leggo testualmente. Dopo un ritardo decennale, questa terra parla, si fa sentire, è una voce sibillina sparsa nei cantieri deserti per gran parte del giorno. Lo fa attraverso il cemento, il marmo, la calce, i minerali, la ghiaia, la sabbia, la torba, il bitume. Uno strato dopo l’altro di materia è scorporato dalla sua millenaria disposizione, da morfologie sommitali rimaste intatte nonostante le piogge, le alluvioni, i terremoti, le fenditure nella roccia. Si continuerà a scavare tra poggi e pendenze, tra terreni erosi e coperture arboree. “Solleva la natura, Dio è sotto”, diceva Victor Hugo. Il patrimonio ambientale lascerà il posto alla necessità di snellire il traffico degli autoarticolati e dei tir, ma nessuno potrà intaccare l’unicità del subappennino anconetano, specie le meravigliose concrezioni e stratificazioni delle grotte e il parco incastonato in un’area protetta, dove l’eremo di Grottafucile sembra già un presagio spirituale ordito dagli ordini religiosi. Senza tempo e senza transazioni.

Alessandro Moscè

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