UNA TERRA SENZA GUERRE

Diffondo subito, a scanso di equivoci, la sua carta d’identità, per chi ancora non la conoscesse nei dettagli. Non parliamo di un picaro uscito dai fumetti per adulti, ma di un ex ragazzo apparentemente come molti, indistinguibile, anonimo tra la folla, vestito come gli altri. Eppure, per i numerosi seguaci e comprimari del suo credo, risultava carismatico al pari di un colonnello greco pronto alla rivoluzione militarizzata. Fabrizio Piscitelli era, soprattutto, il capo indiscusso degli Irriducibili, quella sponda temuta della tifoseria laziale che si ispira al modello britannico: niente più tamburi allo stadio, ma sciarpe allineate, coreografie mozzafiato specie durante i derby, cori e canti nazionalisti ispirati dal leader della frangia di estrema destra rispettata in tutta Europa, dalla Spagna all’Inghilterra, dalla Germania alla Polonia. Una volta Piscitelli, alias Diabolik (perché irriverente e imprendibile), disse: “Non potevano più scappare, farci chiamare conigli”. Per la Lazio era disposto a mettere il corpo davanti ad ogni pretesto. Riteneva lo scontro fisico un bene per i colori della sua squadra, che lo faceva sentire vivo in un mondo di morti (sono sue tetragone dichiarazioni). Il sostituto commissario Nicodemo De Franco, quando era segretario sindacale delle forze di polizia, dichiarò che Piscitelli aveva i telefoni di molti funzionari di rango ed entrava e usciva dagli uffici di Stato come pochi altri. Nel 2013 venne arrestato dalla Guardia di Finanza, dopo un mese di ricerche, in un appartamento alla periferia di Roma. Era accusato di gestire un traffico di droga internazionale dalla Spagna all’Italia (183 chilogrammi di cannabinoidi). Tre anni dopo fu raggiunto da un sequestro di beni per due milioni di euro, ma la confisca della sua villa di Grottaferrata sui Castelli Romani venne infine revocata. Secondo gli inquirenti Piscitelli era ritenuto un soggetto pericoloso, “vissuto costantemente all’insegna della prepotenza e della sopraffazione sul prossimo, indifferente ai numerosi provvedimenti di polizia adottati nei suoi confronti”. Ancora: “Dedito al crimine organizzato e finanziatore di numerose importazioni di sostanze stupefacenti”. Si è parlato di narcotraffico in combutta con i calabresi e la mafia albanese, di assoluto controllo della batteria di Ponte Milvio per lo spaccio di cocaina, di un suo coinvolgimento nelle indagini su Mafia Capitale. Fabrizio Piscitelli è stato assassinato mercoledì scorso, intorno alle 19, mentre sedeva su una panchina del Parco degli Acquedotti nella Tuscolana, il quadrante sud-est di Roma dove i joggers si fermano a bere alla fontanella, nella parte più esposta dell’area e in pieno giorno. Era la stessa panchina dove Paolo Sorrentino, ironia della sorte, girò una splendida scena del film La grande bellezza. In quei fotogrammi i perdigiorno, in un’atmosfera lattescente e surreale, raccontavano la vita proiettando emozioni capillari davanti alle case e agli alberi sfumati sullo sfondo. A Piscitelli avevano ritirato la patente e una delle sue macchine la guidava il bodyguard cubano. Era arrivato all’appuntamento che si è rivelato un regolamento di conti. Un colpo di pistola alla nuca, dietro l’orecchio sinistro, e poco dopo l’Italia ha visto quel corpo disteso, coperto da uno strano telo giallo fosforescente. Tutte le televisioni lo hanno inquadrato riverso a terra, tra il frinire delle cicale e gli schiamazzi dei tifosi della Lazio che allontanavano bruscamente i giornalisti, mentre il fratello accorreva trafelato sul posto. Diabolik lascia una moglie e due figlie. Il colore pervinca della sera rendeva più spettrale lo spartiacque tra la morte violenta e la quiete del luogo. Ora la procura sta indagando e gli agenti della mobile cercano nella fitta rete frequentata dalla vittima.
Questo episodio mi riporta, ancora una volta, alle mie origini. Essere laziali ed ebrei sembrerebbe una contraddizione in termini, specie se fai lo scrittore. Lo ha già detto Alessandro Piperno (un raffinato decadentista), il quale ha ammesso sul “Corriere della Sera”, il 25 ottobre 2017, commentando gli orrendi adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma e le conseguenze grottesche che comportarono (quasi a scusarsi): “Del resto, la sola passione ludica capace di colmarmi fino in fondo il cuore è il tifo per la Lazio”. Piperno ha vinto il Premio Strega. Si è laureato in Letteratura francese presso l’Università di Roma Tor Vergata dove ha insegnato la stessa materia. Questo per dire che il calcio è una cosa seria, come ogni spazio ricreativo, anche per chi va alle radici dell’esistenza e del mito ebraico, per chi studia e approfondisce il mistero dell’agire umano. Pier Paolo Pasolini soffriva per il suo Bologna, Paolo Volponi per l’Inter, Alberto Bevilacqua per il Parma.
Ma si può essere ebrei e laziali per sempre? E’ appunto una contraddizione in termini irrisolvibile o un fatto ininfluente, seppure il calcio sia addentellato con la società, la politica, la delinquenza, e seppure la curva nord della Lazio si componga di una quantità cospicua di soggetti antisemiti, aderenti a Casa Pound, a Forza Nuova, all’ideologia neo fascista? Non ho mai avuto una crisi di coscienza: del resto a Roma, anche i radical chic di sinistra tifano per la Lazio. Tra gli scrittori di successo la lista è lunga: Franco Cordelli, Filippo Tuena, Giorgio Montefoschi, Edoardo Albinati, Emanuele Trevi, Marco Lodoli. Laziale era il poeta Valentino Zeichen, che vide nel centravanti Bruno Giordano il gladiatore che “si distinse durante i giochi / per l’incoronazione dei titoli di Augusto”.
Torniamo all’omicidio dell’ultrà. Perché ci inquieta il gesto parossistico? Allunga un’ombra, non sul mondo Lazio, ma su Roma tutta, sui quartieri disperati e sfuggenti, sulla gente che va e viene anche da un parco dove i bambini fanno l’altalena, sulla sicurezza di un giardino pubblico incantevole dove è stato ordito un delitto organizzato. Allunga un’ombra sul calcio fuori del rettangolo di gioco, seppure l’agguato non abbia a che fare con lo sport. Ma nell’ultima relazione della commissione parlamentare antimafia è emerso ancora ciò che purtroppo sapevamo: un’osmosi tra la criminalità organizzata e criminalità comune, a dimostrazione che le curve possono essere palestre di delinquenza, politica o mafiosa, e luogo di incontro e di scambio delinquenziale. Anche il contrabbando di armi e la prostituzione nascono spesso nelle curve, così la contesa per un ruolo di prestigio nella gestione del malaffare. L’omicidio di Fabrizio Piscitelli allunga un’ombra sulla persecuzione del male, sulle atrocità che avvengono in un polmone verde della capitale come nelle stazioni, nei marciapiedi, nelle piazze di tutta Italia. Penso a Primo Levi e al suo ammonimento: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Perché si perde se stessi, oscurati da offese e demolizioni, direbbe proprio Levi? Perché ogni straniero è nemico. E lo straniero è ovunque, anche sotto casa. Perché le differenze sono un disturbo. Perché l’io è debole, decostruito, e le pulsioni aumentano fino ad essere indomabili. Perché per qualcuno la distruzione è un ideale, come la persuasione. Perché le nevrosi sono irriconoscibili quanto le ossessioni e le patologie. Viviamo in una realtà sempre più alienante e fittizia, satura, che comunica e non sa, che si divide facilmente in fazioni ustionanti, in tribù primitive.
Dell’indomabile e distopico Fabrizio Piscitelli voglio menzionare due lasciti dolci, senza alcuna commiserazione. Gabriele Paparelli è il figlio di Vincenzo, il tifoso della Lazio ammazzato durante un Lazio-Roma, con un razzo sparato da una curva all’altra che gli si conficcò in un occhio (28 ottobre 1979). Gabriele, allora, era un bambino inconsapevole. Ha ringraziato Diabolik per la grande solidarietà sempre ricevuta e per una targa fatta affiggere in curva, che ricorda il padre. A Fabrizio Piscitelli qualcuno ha lasciato un biglietto, oltre ai fiori e alle sciarpe della Lazio, su quella panchina del kafkiano parco: “Che ti aspetti una terra senza guerre”. Nonostante la discesa agli inferi e lo sdegno di un Paese intero, affamato di notizie tetre, di un noir caustico e in presa diretta. La spettacolarizzazione delle sventure è un altro vizio endogeno, uno strumento di vilipendio della realtà. Perché In fondo un killer senza nome attira la curiosità maldestra della massa più di un Fabrizio Piscitelli.

Alessandro Moscè

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