LORENZO PAVOLINI E LA TIGRE

Le colpe dei padri ricadono sui figli e anche sui nipoti, seppure dopo decenni? In base a quale realistica ragione? “Non sapevo che mio nonno fosse un gerarca fascista fucilato a Dongo e appeso a testa in giù a piazzale Loreto, fino a quando non mi sono imbattuto in una fotografia sul libro di storia della seconda media”, scrive Lorenzo Pavolini (nato nel 1964, lavora a RadioTre dove si occupa per lo più di radiodrammi), nipote del temibile Alessandro, che ricoprì il ruolo di ministro della Cultura popolare durante il regime, che fondò le brigate nere (la nuova polizia contro le milizie partigiane) e divenne segretario della Repubblica di Salò. Ne ha delineato il profilo lo storico Arrigo Petacco con Pavolini. L’ultima raffica di Salò (Mondadori 1982), in una biografia oscillante tra la camicia nera dall’anima crudele che mise in atto di persona rastrellamenti e uccisioni, e il fascinoso amante, tra l’altro, del cinema, al quale gli stessi registi Roberto Rossellini e Luchino Visconti dovettero molto. Lorenzo Pavolini racconta il peso di un cognome nel bel romanzo Accanto alla tigre (Fandango 2010, Marsilio 2019, finalista al Premio Strega). Come può un raffinato intellettuale fiorentino cresciuto nella città di Piero Calamandrei e Gaetano Salvemini trasformarsi in un acerrimo sostenitore di Benito Mussolini fino all’ultimo dei suoi giorni? Lorenzo Pavolini dice esplicitamente che avrebbe potuto stabilire una trincea, ma in realtà va con coraggio incontro al nonno per capire, per essere accanto alla tigre, pur non cavalcandola, cercando di mettere insieme i brandelli di una storia raccontata, di una biografia contraddittoria. Andrea Camilleri gli riferì che al Teatro comunale di Firenze, nel 1942, Alessandro Pavolini lo colpì con un terribile calcio per avergli obiettato l’omissione del saluto al Re dopo l’omaggio al Duce. Indro Montanelli lo considerava un amico simpatico e prezioso. Il gerarca, per qualche fanatico nostalgico, è un eroe, e lo ha scritto sui muri di Roma. Morì, secondo quanto si sa, facendo il saluto fascista prima di essere fucilato. Qualcuno ha chiesto l’intitolazione di una via per l’uomo feroce e dolce, mentre sui blog neofascisti imperversa l’esaltazione del militare e dello scrittore amato quanto il Duce. Lorenzo Pavolini è spronato dagli amici ad approfondire la figura del nonno e del terribile sacrificio di sangue. Torna ossessivamente la domanda: si può stare bene senza raccontare fino in fondo la reazione di un uomo che dopo l’8 settembre del 1943 osservò contrariato il cambiamento dei cosiddetti voltagabbana, vili, ipocriti, gettando il cuore in avanti, reggendo l’urto? Alessandro Pavolini appartenne a quella generazione che preferì l’azione politica, lo scontro, la repressione, lo squadrismo, ciò che significava, etimologicamente, la parola fascismo: cioè severo eclettismo. Un nome tutelare della letteratura italiana del secondo Novecento, Enzo Siciliano, esorta il nipote con un pretesto: “Io somiglio a quel nonno? Questa domanda ti dovresti fare. Cosa ho in comune con lui?”. Alessandro Pavolini ha scritto dei bei libri in cui l’Italia è sopra la libertà. Emerge che sport e cultura stanno in un solo corpo, quello dello scrittore, e che la bella morte è un motto, secondo una visione crepuscolare, malinconica e intimista. Tra le altre opere, Giro d’Italia (Campitelli 1828); Disperata (Vallecchi 1937); Scomparsa d’Angela (Mondadori 1940). Diresse la famosa rivista “Il Bergello” e pubblicò Vittorini, Bilenchi, Rosai, Pratolini, Soffici, Montanelli. Nel 1929 istituì Il Maggio Musicale Fiorentino. Lorenzo Pavolini decide di recarsi a Salò, un paese sul golfo del Lago di Garda, dove i vivi parlerebbero con i morti. Ma è un paese spettrale, vuoto, e non si ravvisano tracce del passato, ma una vita che “scorre placida e caldissima”. “Un luogo levantino, luce grigiastra, da albume d’uovo”. Ecco un passaggio chiave di Accanto alla tigre: “Ora forse non avvertirei il mio cognome come una cosa sporgente, il dentino di un ingranaggio celibe, una rotella rimasta sola, senza una funzione precisa, ma che spunta dal corpo e ogni tanto si impiglia”. E ancora: “Entrare o restare fuori, portare le cose dentro o restare a debita distanza, non riuscivo ad avvertire la consistenza della questione. Faceva veramente differenza?”. Lorenzo Pavolini è stato equidistante e la sua tigre l’ha guardata negli occhi senza timore reverenziale e senza uno scopo revisionista. Diarista e saggista, ha raccolto una sfida soppesando il male, la storia, il conflitto familiare, il silenzio, la tragedia. Non ha affatto parteggiato per il nonno, né ha evitato di menzionare episodi imbarazzanti. Per Casa Pound, come sottolinea Alessandro Leogrande nella postfazione, il più fanatico dei seguaci di Mussolini è un “nome da stampare sui manifesti”. Accanto alla tigre resta un romanzo onesto quanto difficile. E’ la piega di chi indica chi non c’è più proprio come suggeriva Edward Morgan Forster, citato in apertura. Forse per non morire mai del tutto, per coltivare un’intramontabile giovinezza lungo la catena della memoria dei propri morti (ingombranti).

Alessandro Moscè

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