L’UNIVERSITA’ TRASFORMATA IN UN RAVE PARTY

Un luogo di formazione e di disciplina diventa, tristemente, un luogo di morte. Era già avvenuto nel 1997, quando Marta Russo, una studentessa ventiduenne di Giurisprudenza, fu ferita da un colpo di pistola e morì cinque giorni dopo. Il delitto non avvenne in una piazza, in uno stadio, in un palazzetto, ma in un’università, La Sapienza di Roma. Il caso fu però un episodio isolato a seguito della bravata di due baldanzosi assistenti. Stavolta spaventa il contesto aggregativo. Era stata organizzata la Notte Bianca, un rave party degli studenti nei giardini dell’ateneo (dal nome provocatorio “Sapienza porto aperto”). Un cocktail costava 5 euro e alla notte dei ragazzi si univa chiunque, anche un giovane laureato alla Luiss, che pur essendo aperto il cancello d’entrata, ha preferito scavalcare un’inferriata subendo il trancio all’arteria femorale. Trasportato all’ospedale è morto poco dopo. Sappiamo che quella sera c’era chi spacciava e chi faceva uso di droga. Il rettore dice che non ha vigilato né prima, né dopo, perché non è uno sceriffo, ma la procura lamenta la mancanza dei controlli ed è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo. E’ evidente che il fattore educativo, per il vertice della Sapienza, non abbia alcuna rilevanza. Una volta queste manifestazioni, nelle università italiane, non sarebbero mai state permesse. Si studiava e l’università non era un’area di parcheggio notturno. Nessuno pensava al divertimento come forma di trasgressione nei locali di una facoltà: parlo degli anni Ottanta e Novanta, quelli che ho conosciuto di persona. Gli insegnanti erano integerrimi e il rettore un’istituzione. La scrittrice britannica Doris Lessing, quando vinse il Premio Nobel nel 2007, disse: “Studiare è questo. Improvvisamente si comprende qualcosa che si era capito da tutta una vita, ma da un nuovo punto di vista”. Si ha l’impressione che la passione per lo studio sia scemata, che la società del Duemila sia diretta verso un conseguimento senza sforzo, immediato, alla portata di chiunque. Questo eterno presente azzera gli obiettivi e si limita a guardare a domani, non ad un domani, come succede invece per il ciclo di studi intrapreso, che prevede la durata pluriennale. Però attenzione. Il ragazzo che è morto si era laureato brillantemente ed è probabile che gli organizzatori della festa fossero studenti modello (almeno una parte di essi). Allora, dov’è la distorsione, l’errore? Come si poteva evitare una morte così assurda? Il permissivismo ha consentito di trasformare l’università in un’arena, in una discoteca all’aperto, dove poteva entrare un malintenzionato, un delinquente, chiunque. Non si può convertire una delle università più prestigiose d’Europa in un parco abusivo contiguo alle aule di Lettere e Giurisprudenza. Un esempio di degrado morale prende campo in un noto istituto che preserva la conoscenza e la competenza. Evidentemente anche La Sapienza, con i suoi 13.000 studenti, riflette un clima dispersivo, alienante, disarticolato rispetto alla funzione che le tiene in piedi, brillantemente, a livello istruttivo. La mercificazione è entrata nei luoghi della cultura. Il compito più duro è far nascere un nuovo spirito perché si sviluppi ancora un processo di crescita individuale per i giovani che crescono secondo lo spirito della Sapienza dal 1303, quando nacque per volontà di Papa Bonifacio VIII.

Alessandro Moscè

 

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