LA MACCHINA MONDIALE DEL PRECARIATO

Tempo fa sottolineammo a più riprese come la letteratura italiana sia distante dal mondo del lavoro e della precarietà del Duemila, se si esclude qualche escursione più casuale che altro (Silvia Avallone e Andrea Cisi). Nominammo Alessandro Leogrande, che costituiva una rarità con le sue opere alternative, specie con il libro capitale La frontiera (Feltrinelli 2015) che tracciava una linea immaginaria tra il nord civilizzato e il sud indigente. Leogrande ci portò a bordo delle navi dei trafficanti, degli scafisti, nei naufragi del Mediterraneo al largo di Lampedusa. Ci parlava del lavoro nero e dello sfruttamento, della raccolta dei pomodori per degli sfortunati emigranti senza patria e spesso senza un’identità. Potremmo citare anche Il naufragio (Feltrinelli 2011) e Le male vite (Fandango 2011). Angelo Ferracuti, uno dei migliori scrittori di reportage oggi in Italia, ma anche autore di romanzi mai passati inosservati, mi segnala un articolo pubblicato sabato 15 giugno su “La Lettura” del Corriere della Sera”, dove si cita Paolo Volponi. Lo ha scritto Cristina Taglietti e si intitola “Prima la fabbrica poi il call center e il lavoro di carta”. Cambia l’impego, cambia la letteratura, ma probabilmente avremmo bisogno di più realtà e di meno finzione e autobiografismo. L’eredità di Volponi è stata raccolta poco, diciamolo. Francesco Targhetta è un altro scrittore solido, forse il più incisivo nella declinazione del lavoro e delle nuove povertà, dei contratti a tempo determinato e dei miseri impieghi interinali. Sette anni dopo la prima edizione, il romanzo mutuato dalla cronaca e dal tempo odierno è Perciò veniamo bene nelle fotografie (Mondadori 2019). La giovinezza che sembra spostata altrove, un futuro nebuloso, un’esistenza vissuta tra rancori e frustrazioni, manager e operatori di call center alienanti, laureati depressi, disoccupati arresi si ritrovano in un ideale periferia del mondo, come già accadeva nel bel romanzo, sempre di Targhetta, Le vite potenziali (Mondadori 2018), imperniato sul presente corroso, malinconico, sul domani che non c’è. La narrativa italiana ha bisogno di questi talenti che non rifuggono dalla ferialità e dalla nevrosi del lavoro esercitato tra vacillanti rapporti sociali, umani. Lo scrittore Gianfranco Bettin, sempre su “La Lettura”, in un dibattito con Maurizio Ferrara e Maurizio Landini, parla dell’abbandono di una vera politica industriale. Nel sud d’Italia si può ancora finire nelle mani di chi gestisce il caporalato. La letteratura deve indagare e riflettere, non solo descrivere ciò che succede tra appalti e cooperative, ditte e sotto ditte, nella flessibilità malata, nella fabbrica che chiude, nelle delocalizzazioni che non sono internazionalizzazioni, nella logica del profitto e nei diritti, violati, dei lavoratori. Paolo Volponi ci manca, come ci mancano la sua utopia reale e lo scandaglio nel cinismo delle imprese di una volta. Nel mio profilo Facebook, il 31 maggio, ho postato una frase dell’urbinate, una sorta di allegoria della catena di montaggio (da Scritti dal margine, uscito nel 1994 presso l’editore Manni): “Il capitalismo ha avuto vari collassi, varie crisi, perché è così, è ingordo, avido, mangia troppo, molto più di quello che può digerire e poi sta male, e naturalmente fa pagare agli altri sempre le sue sofferenze”. Per capire l’Italia del 2019 attraverso i libri, ci vorrebbe una nuova macchina mondiale, più critica e meno poliziesca, meno eccitata dal brivido del crimine.

Alessandro Moscè

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