L’ANTIFASCISMO NARRATO DA ALBERTO BEVILACQUA NELLA PARMA DELLE BARRICATE

I fascisti vennero battuti per la prima volta nel 1922 e un grande romanzo ce ne restituì l’atmosfera. Si tratta di Una città in amore di Alberto Bevilacqua che uscì nel 1962 e nuovamente riscritto, con modifiche e aggiunte, nel 1970 da Rizzoli. Un libro scandito in sequenze nel quale Bevilacqua rese Parma corale, polifonica, epica. L’Oltretorrente era la terra di sangue e carne abitata da personaggi strampalati, folli, geniali. Tra tutti Guido Picelli (in gioventù era stato un orologiaio), che con la sua amante e le prostitute, fu protagonista della rivolta in campo aperto contro i neri di Italo Balbo, nel 1922. Pochi mesi prima della Marcia su Roma un battaglione di fascisti converse su Parma con l’intento di punire la città ribelle. I soldati del Regio esercito smobilitarono. La via di Parma era a disposizione delle milizie mussoliniane, ma Picelli e i suoi Arditi del Popolo, non più di 300 agguerriti, anarchici, socialisti, comunisti, popolari e repubblicani, costituirono difese, reticolati, barricate. Fu chiamata a raccolta l’intera popolazione, donne comprese. La battaglia durò una settimana e i fascisti, infine, si ritirarono. Il sanguigno Picelli ebbe la meglio ma fu costretto ad espatriare. Esule in Francia e in Unione Sovietica, nel 1936 si arruolò nella Compagnia del Battaglione Garibaldi e venne ucciso sul fronte di Guadalajara. Al suo fianco c’era Amelia, donna combattiva, la prima femmina padana descritta da Alberto Bevilacqua, che tratteggiò anche il carattere esuberante del prete peccatore, don Bell’Arma, nonché il quartetto di donne che convivevano in una casa d’appuntamento, decisivo in favore della Parma popolare con il potere della seduzione contro chi voleva la città terra di conquista. Polda, Emma, Ines, Nella furono le vivaci creature che si muovevano tra leggerezza e melodramma, tra intrepida volontà e vanesia frenesia di ammaliare. Quindi il vetturino Bordino, dall’aria beffarda, sensuale, con un agire imprevedibile.
Scrisse Geno Pampaloni nella prefazione ad una riedizione di Una città in amore del 1975: “Per Bevilacqua, Parma è il teatro ideale dove inscenare con la massima evidenza le passioni del nostro secolo, il luogo in cui si riflettono simbolicamente tutti i luoghi della terra in cui l’uomo è ancora uomo, dove ogni accadimento, ogni storia, ogni persona subito si colorano di leggenda e campeggiano in una dimensione epica”.
Cronaca e storia, narrativa popolare estrapolata dall’oralità, dramma e melodramma si mischiano nel credere, semplicemente, che la libertà non abbia prezzo. Bevilacqua si lascia andare alla trasmutazione di un sentimento, di un tormento, di una condizione riversata in un canto della sua gente. Scrittura e vita coincidono, sono l’impronta digitale di un presente spinto indietro nel tempo. Ci si muove tra ricordi comuni e gesti quotidiani. Le accelerazioni e le combinazioni di mondi preservati che si fanno scrutare dall’uomo nella sua totalità, inducono a cercare la risorsa dell’immaginario. Quando inizia a scrivere, Alberto Bevilacqua stringe la presa in un ambiente ben determinato. Il ritmo indistinto delle sensazioni e delle atmosfere terrigene lo conduce ad accogliere la realtà che accade in un’impressione notevolmente suggestiva. I personaggi sono pretesti per scendere sul piano del dialogo, del rapporto intimo. Certamente le problematiche hanno un valore profondo e non sono solo il riflesso di un’autobiografica sofferenza. La nudità dell’esperienza di Guido Picelli e dei suoi arditi è nella nudità di una relazione con lo spirito che anima la terra (quella terra e non un’altra). L’evocazione si staglia davanti agli occhi, nell’immagine inquadrata soprattutto en plein air. E’ lo spazio della difesa umana, la parabola dell’esistere. Una città in amore si condensa nell’Oltretorrente, il quartiere più amato, più radicato nella vibrazione di un afflato popolare per trovare l’uscita di sicurezza da un’eclissi dove tutto appare precario. Ci si accorge che l’unico miracolo possibile sta nella partecipazione, nel rendere solida una volontà comune.  Una città in amore contiene una voce che esprime il dolore di vivere e la resistenza, la fierezza come prospettiva esistenziale. Ma la forza rimane soprattutto nel rigore, nel retroscena, in ogni aspetto agglutinante della vita, in un ideale che riabilita gli stessi rivoltosi. Ogni apparizione è un’affermazione rinvenibile nei fenomeni, e l’io stesso tende ad essere scansato nella geografia dell’Oltretorrente, in favore del noi. Alberto Bevilacqua alluda sempre ad una verità sottaciuta, che costituisce il nucleo omogeneo dell’intero romanzo. Guido Picelli in particolare, appare autoritario, slanciato in una grazia benefica, che ridà luce, che rigenera dietro le barricate della vittoria.

Alessandro Moscè

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