LA RINASCITA DI VICTOR HUGO E DI NOTRE DAME

Diciamo la verità: le fiamme di Notre Dame, nella rabbia di chi ha assistito al fenomeno dal vivo e in televisione, hanno innestato un pensiero presago, e cioè che la cattedrale immersa nel fuoco fosse il simbolo, involontario, del decadimento dell’Europa occidentale, di un insieme di paesi che non riescono a darsi le regole per un’unione reale, liberale, riformista, determinata da fondamenti comuni. Il fallimento, cioè, di un tentativo di progresso non limitato dall’agire nei sovrani confini nazionali. La cattedrale in fiamme, inoltre, rappresenta la forza del caso, capace di devastare per l’imperizia umana. Ci spaventa l’impossibilità di prevedere un evento negativo come la possibilità di crearlo per sbadataggine. La riflessione che ne consegue è icastica: spesso succede che il volontariato sia la parte migliore di una terra: non solo in Italia, ma anche in Francia. La gente si offre per un aiuto senza chiedere nulla in cambio. La partecipazione ad un sentire che coinvolge migliaia di persone è l’emblema di una storia, di una grande storia iniziata nel 1163, quando fu innalzata la chiesa. Il Presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’avvio di una colletta per la ricostruzione della cattedrale di Notre Dame. L’iniziativa, in meno di 24 ore, ha raccolto 600 milioni di euro. La famiglia Pinault, alla guida del colosso Kering, ha ufficializzato l’immediata donazione di 100 milioni di euro. La letteratura ci soccorre anche questa volta. In Notre Dame de Paris (1831) Victor Hugo scrive, quasi fosse una premonizione: “C’era una grande fiamma che saliva fra i due campanili con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa, di cui il vento ogni tanto si portava via un lembo nel fumo”. E guardando quelle fiamme viene in mente un’altra frase contenuta nel grande libro: “Fredda come la notte, fredda come la morte, neppure un soffio d’aria nei capelli, neppure un rumore umano nelle orecchie, non più un bagliore negli occhi”. Potrebbe essere la descrizione del mattino, una volta domato l’incendio della cattedrale guardando fissamente la facciata principale. Eppure è il bisogno di stringersi di fronte al bene, all’idea della ricostruzione che infonde speranza, più di ogni ovvio dispiacere. Gli angeli della catastrofe sono stati i pompieri, applauditi. Quelli del futuro saranno i benefattori. Macron, ora, ha un motivo in più per resistere come il re Luigi XI esercitando l’autorità contro la rivolta popolare, che non è provocata dagli zingari, come succede nel romanzo, ma dai gilet gialli. L’incendio di Notre Dame lo favorisce, perché la fiaccola sarà accesa intorno alla maestosità della cattedrale e le luci non più puntate sul leader dell’ideologia economica francese. Il pollice si rallegra se l’indice soffre, potremmo dire ribaltando un vecchio proverbio del Kurdistan. E’ questa la corte dei miracoli del 2019 senza processi inquisitori. Il Gobbo di Notre Dame resta appollaiato sulle garguglie con la speranza di trasformarsi in principe e non in un sordo campanaro. Esmeralda è un’iconografia, la bellezza che si ridesta dopo il fuoco. E’ lo splendore de portale del Giudizio Universale, delle colonne cilindriche, delle navate, delle campate, delle volte a crociera, delle bifore, degli archi rampanti, dei mastodontici monumenti. Nonostante la strige, quell’uccello pensoso e notturno simile ad un vampiro che troneggia nella facciata occidentale di Notre Dame. Nonostante i mostri popolari portatori di conflitti civili, che sono le stesse ossessioni dei nostri tempi di crisi. La leggenda di Victor Hugo si rinnova tra i luoghi parigini per l’elezione di un ipotetico papa dei folli, nel vagabondare dei senza tetto, nelle vicende gotiche della popolazione e nella bontà di Quasimodo, il gobbo portafortuna dalla forza sovrumana e dalle anomale capacità acrobatiche: la vera anima della rinascita, nonostante l’atroce apparenza.

Alessandro Moscè

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