JESS KIDD E I MORTI CHE COLMANO LACUNE

Ritrovare le proprie origini, la verità sulla nascita e sull’abbandono, sul proprio destino segnato da uno strappo doloroso. Se il romanzo dell’inglese Jess Kidd Lascia dire alle ombre (Bompiani 2018) si fonda sull’assolutezza dell’esistenza, sul dramma dell’incompiutezza familiare, nella scrittura si evince anche altro rispetto al tema prettamente esistenziale. Mahony è stato lasciato in un orfanatrofio (era un bimbo sdraiato in un cesto con una coperta di foglie e un cuscino di petali di rose), ma non sa perché la madre ha preso questa radicale decisione. Orla, si chiama la donna che ha lasciato di sé una fotografia e nient’altro. Per capire di più Mahony deve tornare a Mulderring, il paese natale che si affaccia sulla costa irlandese. Qui, in una contrada, in un borgo, in un villaggio che sembra appartenere all’antichità, compresso dalla mestizia, dal vociare della gente, da personaggi eccentrici, la narratrice si lascia andare alla descrizione del particolare, del dettaglio di un odore, di un sapore, di un agente atmosferico. Gli occhi si spalancano per selezionare l’indolenza oziosa di un “benigno corpuscolo geografico, srotolato alla rinfusa e steso al sole”. Mulderring appunto, un luogo rovesciato da cima a fondo perché possa rivelare i segreti del passato. Mahony non conosce solo i vecchi seduti, le mamme che preparano il pranzo, i papà che vanno a farsi una birra. Vedi i morti e da essi viene interpellato, seguito, invitato. “I morti sono attratti dai confusi e inespressi, dai danneggiati e violati, da chi ha nella propria storia grosse crepe e lacune che i morti non vedono l’ora di colmare”. Nel punto più alto del paese si possono scorgere i campi coltivati, le case, piccole e bianche, i gabbiani volare nel cielo terso. Ma le ombre parlano, come gli spiriti: dicono bugie, confondono, innescano un meccanismo di sospetti e elucubrazioni, di angosce. Non è facile risalire a quel giorno sventurato, alla frattura dell’infanzia nelle stanze dell’istituto per gli orfani, così come trovare un posto nel mondo, tra i topi che scorrazzano e i fantasmi della mente, nel silenzio, nell’umidità, negli oggetti luminosi, nei sogni infranti. Mulderring, nell’aprile 1976, è una chiazza scura, una mamma dalle caviglie grosse. E’ una falena, uno scantinato. E’ la convinzione di Mahony, che matura sempre più nitidamente: la madre lo ha amato, ma è morta. La ritrova idealmente sotto la pioggia, nella figura di una signora che fa l’attrice, sinceramente alleata, la quale lo aiuta nello scandagliare eventi taciuti. Nel paese qualcosa non torna, come se le forze soprannaturali avessero deciso di deviare il corso della natura. Nel rombo di una tempesta di tanti anni prima, in un posto sperduto abitato non solo dai vivi, si nasconde un’unica verità. “Il prete passò l’intera nottata camminando avanti e indietro fuori dalla porta, immerso in preghiere intense e convulse”. Il senso di questo libro sta nella visionarietà e al tempo stesso nel calibrare la suspance con la ritualità del giorno, con le normali movenze, con la modulazione delle voci (“amate, corpose, ammiccanti, melliflue, infide”). L’aderenza della lingua alle forme scivola nella rapidità dei fatti che si affrancano a qualcosa di più grande e di inesprimibile. La definizione psicologica dei personaggi, stralunati e dalla doppia identità, alimenta l’attesa di un sorprendente epilogo, di una resa. “I morti annuiscono e guardano. Alcuni sorridono, ma non per scherno”. L’amore, per Mahony, è straziante quanto la pietà.

Alessandro Moscè

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