L’ULTIMO SALUTO DEL PADRE CHE SOPRAVVIVERA’ NELLA PAROLA

L’ingegnere 33enne aveva scoperto di essere malato poco prima della nascita della sua Giulia Grace. Dopo due anni di calvario se ne è andato e ha lasciato dietro di sé un libro inedito attraverso cui la piccola potrà conoscere il papà che non c’è più. Emigrato in Germania per cercare lavoro e fortuna, Andrea Bizzotto aveva ricevuto la diagnosi fulminante: un tumore raro per cui i medici gli davano pochi mesi di vita. Ha voluto testimoniare alla figlia che “il libro rappresenta una piccola parte di quello che sono ed ero. Spero che un giorno lo leggerai per imparare a filtrare il buono dal meno buono”. Questa voce dimostra che l’uomo, qualunque uomo, avverte il bisogno di resistere, di non morire, nonostante la crudeltà di un’esistenza che può provocare una fine prematura, un distacco drastico, un dolore infinito. Un padre farebbe qualunque cosa pur di non lasciare la figlia orfana. E’ proprio la discendenza, quella vita che segue alla vita nel prezioso lascito, in una promessa di salvezza del sangue del proprio sangue, ma anche in una responsabilità genitoriale, che sconforta di fronte all’impotenza del “maldestro in bicicletta” (è questo il titolo del libro). Il caso dell’ingegnere nativo di Cittadella ci commuove perché la tensione verso la figlia testimonia il sogno impossibile di coabitazione tra vivi e morti in una piccola stella, quella citata da Andrea Bizzotto. Ma c’è dell’altro. “Non possiamo formare le menti dei nostri figli secondo i nostri concetti; ma li dobbiamo tenere e amare come Dio ce li ha donati”, scriveva Johann Wolfgang Goethe in Arminio e Dorotea (1798). Stavolta non sarà così, purtroppo. Allora ci piace pensare che un bambino faccia esperienza di sé anche prima di nascere, prima di imparare ad usare la vista e il tatto. Immaginiamo che il contatto tra i due protagonisti della storia sia già avvenuto in una dimensione che non conosceremo e che proseguirà attraverso la lettura del libro. Su “Avvenire “ di domenica 3 marzo, Ferdinando Camon si pone la seguente domanda: “C’è qualcosa che imparenta il gesto del padre, che scrive un quaderno per i figli, con il gesto dello scrittore, che scrive un libro per i posteri?”. C’è molta somiglianza. Il bisogno di sopravvivere, di non andarsene in un luogo sconosciuto, oppure nel nulla, nel vortice di un abisso. Il papà coraggio, come lo definiamo, chiede addirittura di essere perdonato, ma probabilmente non avrà fatto nulla di riprovevole. Avrà solo pensato, in un momento di sconforto, che sia stata una colpa essersi ammalato, aver sottratto la sua presenza alla figlia e alla moglie. Sarà un angelo custode, concime per la terra, per una figlia che assimilerà la figura del padre come un mito, il mito. Una delle poesie più note di Giosuè Carducci si intitola Pianto antico (da Rime nuove, 1871) ed è dedicata al figlio Dante morto ad appena tre anni. I piani temporali sono rovesciati, ma in fondo non muta il contenuto, la speranza del contatto: “L’albero a cui tendevi / la pargoletta mano, / il verde melograno / dà bei vermigli fior // nel muto orto solingo / rinverdì tutto or ora / e giugno lo ristora / di luce e di calor…”.

Alessandro Moscè

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