I POETI NON SONO INTELLETTUALI: FRANCO CORDELLI DOCET

La ricorrenza dei 200 anni da quando è stata scritta la poesia L’infinito di Giacomo Leopardi, è un evento nazionale. Questa settimana “Il Venerdì” di “Repubblica” dedica la copertina al capolavoro del grande recanatese e giustamente viene rimarcato dallo scrittore Eraldo Affinati che la poesia è giovane e si rivolge in prevalenza ai giovani. Un testo che affascina i quindicenni e i ventenni, quella fascia d’età equivalente a quella in cui i versi vennero scritti dal “giovane favoloso”. L’infinito rispecchia un pensiero poetante (Antonio Prete), una percezione filosofica nella sua liricità, nel timbro ritmico, musicale. Da un piccolo spazio Leopardi scorge l’immensità, l’indeterminatezza. Incamera qualcosa di sovraumano e il silenzio si fa appunto infinito. Una poesia che vede, che sente, che respira, costruita intorno ad una perfezione stilistica che torna ogni volta che L’infinito viene riletto a bassa voce. La capacità straordinaria di Giacomo Leopardi è nella forza dell’immagine solitaria e della grande domanda sull’inconoscibile che muove i sensi e che supera  ogni convinzione illuminista. In un’intervista di Simonetta Fiori ai due promotori del Festival di Castelporziano del 1979, Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, ci sono pregevoli spunti di riflessioni da parte di due grandi critici. Per il sottoscritto Cordelli è stato e rimane un maestro, capace di considerazioni tanto accurate quanto folgoranti (è anche un narratore di primo piano). Riferisce al “Venerdì” che L’infinito batte ogni primato perché la poesia “è corta, è bella. E perché sembra un sonetto anche se non lo è”. Ribatte Berardinelli che parliamo della poesia più rivoluzionaria non solo di Leopardi, ma di tutto l’Ottocento. “In un salto si passa da un secolo gravato di bardature classiche alla dimensione antirazionale del Novecento”. Leopardi suggella le sue angosce e frustrazioni, la sua solitudine, in una potenza espressiva di rara intensità. A dispetto di chi, come la poetessa Patrizia Valduga, vorrebbe ridicolmente ridimensionare il padre del modernismo con affermazioni non suffragate da ragionamenti assennati, ma per il solo piacere narcisistico di andare contro corrente. Berardinelli e Cordelli affrontano la contemporaneità del Duemila con la vena nostalgica per ciò che è stato l’anno di Castelporziano, quella folla scomposta, con 30.000 persone e un palco infine rovesciato. Vennero Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. Fu una sfida contro le gabbie dello storicismo e contro le avanguardie. Il mutamento culturale si ebbe già con l’antologia Il pubblico della poesia (Lerici 1975) curata da Berardinelli e Cordelli, che non conservava alcuna ansia classificatoria, ma tentava di recuperare una certa energia, l’idea di un cambiamento nella modernità. E oggi, nel 2019? Dice Cordelli, con un’altra pungente e luminosa affermazione: “Nei narratori quarantenni di oggi, anche bravissimi, manca completamente un retroterra culturale. E l’assenza di strumenti critici colpisce ancora di più nella poesia, un genere più colto. Pian piano i poeti hanno cessato di essere intellettuali. Ed anche per questo hanno perso un ruolo pubblico”. Caro Franco, hai ragioni da vendere, al punto tale che sai dire cose così esatte e definitive, che colpisce il tuo modo sinestetico di parlare. Sai passare da quel Foggia-Lazio 0-1 del 20 gennaio 1974, in cui mi racconti ogni volta la punizione micidiale e rasoterra a fil di palo di Chinaglia che caricava come un bisonte (il goal fu segnato a quattro minuti dal termine, e tu eri sugli spalti), all’epoca in cui il corpo emotivo prevale su quello culturale per tutti i poeti della mia generazione e di quella successiva. “Ci sono le poesie e mancano i poeti”, esacerba Berardinelli sul “Venerdì” . Altra missiva solforosa di Cordelli: “In Italia la critica letteraria è stata sostituita dalla pubblicità”. Le tribù letterarie si autopromuovono. Meditate gente, meditate.

Alessandro Moscè

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