GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG. DALLA DOLCE VITA A ROCCA DI PAPA

da “Roma”, 3 gennaio 2019

Raccontare la vita non è soltanto entrare negli anditi e nelle sfumature dell’esistente, come se fosse una sorta di sezione o cronaca diacronica, bensì anche capire il tempo e la ragione secondo la totalità e la possibilità dei fattori, percependone il respiro, le cromature, oltre la linea documentaristica vera e propria.
Il romanzo di Alessandro Moscè (1969), poeta marchigiano di finissima tempra, scrittore e saggista, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, edito da Melville, è sì una sorta di biografia romanzata sulla celebre attrice che finì dimenticata da tutti in una casa di riposo a Rocca di Papa, dopo che le hanno dato fuoco alla sua villa a Genzano, ma, soprattutto, è una lunga pagina che coglie i ritmi inquieti e i frammenti, la frenesia del sigillo e il superamento del fato: “Aveva deciso di vivere fuori Roma, nella città dell’infiorata e del vino, adagiata sul pendio del cratere del lago di Nemi, da cui si scorge una panoramica mozzafiato. Nei Castelli Romani Anita ripensava alla sua gloriosa avventura, appena sveglia, supina nel letto con le lenzuola azzurrate. Ogni giorno un successo, un trionfo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anni dopo, tra i vignaioli di Genzano si sentiva a suo agio perché l’avevano adottata come madrina, come la diva per sempre. Quando passeggiava, un uomo dall’apparenza aristocratica le si inchinava, un altro si toglieva il cappello. […] Sì, perché La dolce vita non è mai morta: era lì a darle il benvenuto ogni volta che facevano rivedere il film in tutti i canali del mondo, ogni volta che qualcuno le telefonava, le rammentava un dialogo e non voleva smetterla di santificarla, di dirle che come lei non c’è stata più alcuna donna dall’eroticità così esuberante”.
Non è soltanto una lunga narrazione in cui i tempi si sovrappongono, si ibridano, innescando una lunga osmosi memoriale, è anche il tempo dell’arte, il suo colore sospeso tra sogno e reale, l’architettura dell’amore e la sua svanita crudeltà, e il gesto che invita a una dimensione di immaginazione e ultimità. Anita Ekberg, in quel suono di invito e di fatale (e finale) ingresso “Marcello, come here! Hurry up!”, nel suo irresistibile bagno nella Fontana di Trevi, è stata il sogno del cinema, la sua irreale e reale, allo stesso tempo, dimensione parallela di bellezza e di secreto strappo. La musa di Fellini, che la chiamava “Anitona”, lei, miss Svezia, “The Iceberg” ad Hollywood, è qui raccontata in tutto il suo splendore che rimane, anche quando la solitudine, la fine, la vecchiaia, l’indigenza, la malattia entrano come un colpo in quell’infinito elisir, come se il vento fosse cristallo. La bellezza, messa in scena da Moscè, è qualcosa che permane come una infinita insistenza. Ed è, ancora, un denso istante che legge la morte e con essa si confronta ed è nudo, che guarda alla solitudine e all’abbandono con lo sguardo umano vero, oltre la tenerezza, la sensualità, il ricordo e come scrive Gianni Bonina: “Una dinamica del divenire dunque che, se resa nei modi di una poetica dell’essere, produce un’ontologica pronta, mutando il realismo in lirismo, a farsi paradigmatica ed escatologica. Un mutamento di orizzonte che disvela il lato oscuro, non visto, dell’arcano della vita, che al pari della morte può sembrare orribile”.
In Anita Ekberg, coesiste tutta l’ombreggiatura umana e la sua finitudine, in cui il passato e il presente sono racchiusi nell’inesorabilità e imprendibilità del tempo. Attraverso gli sketch, Moscè, nel suo personaggio Adriano Pellegatti, racconta il successo di Anita, l’amore che si insedia come un dio e possiede, i suoi disastri, l’enigma e la visione, il cinema in tutta la sua alba onirica (Fellini, Mastroianni, Risi, Giulietta Masina), la pienezza degli anni Cinquanta e Sessanta, vissuti come una liberazione dopo la guerra, come se fossero un miltoniano paradiso perduto che capisce le tenebre e guarda allo splendore dell’essere vivi. E poi Roma che crea e distrugge, il Pantheon che amava, Gianni Agnelli (“Gianni e Anita. Due caratteri dinamitardi, ma dolci. Eravamo dicotomici, in grado di cambiare umore come si cambia un vestito. Ci rispettavamo. L’avvocato era assillato dal dopo. Dio, questa invincibile entità che grava sui nostri corpi. Si finiva sempre per fare della filosofia dopo aver brindato, dopo aver fatto l’amore”), e Salvatore Quasimodo, ammaliato dal fuoco e dal marmo della sua liturgia vorticosa e bifronte: “Anita trasforma la luce fredda in un sole, in increspature abbaglianti. L’attrice è un disegno di particolari nelle mani e nei piedi candidi, nel movimento del volto leggermente rivolto all’indietro, ed ecco che la luce rimane tagliata orizzontalmente. […]”. E scrivendo di lei, Salvatore Quasimodo vede prati, composizioni botaniche, boschi, fogli. Ad un certo punto lo dice esplicitamente: “Ricordo i colori botticelliani della sua immagine”. Una donna mediterranea in una donna svedese, il mito di Odino “dalle mandorle di cristallo negli occhi”. Il cuore di Anita è un “dopo” di vitalità e infinitezza. Sente il dolore all’anca e viaggia nel suo mondo di confini e nella sua chimera felliniana, nei suoi quaderni che squadernano come danze memoriali e veglie. Ma Moscè ama scompaginare le sequenze con un patchwork che respira e ricorda, dove le coniugazioni si intrecciano in un’unica linea: “Come si morirà, si chiede Anita Ekberg? All’improvviso, senza accorgersene? Di notte, nel sogno? O la morte verrà a prenderla, personificata, sotto forma di una signora che potrebbe assomigliarle?”. La diva si avvia verso Roma, rinata, lasciando una stazione di provincia al fianco di Federico Fellini (non si è accorta di essere venuta a mancare, ma solo della sua resurrezione). Proseguono senza parlare, osservando piccoli dettagli tra bagliori e trasparenze, buio e risalto visivo (visionario), nella cerniera tra mare e città, nel senso armonico tra cielo e terra, illuminati dalla cometa, da un soprassalto che l’occhio misura nella natura crepuscolare. Il passato, nel fine-sequenza, è ormai stretto in una osmosi ideale e lo scoramento appare un’orazione lasciata alle spalle per un’efflorescenza di rivelazioni, in una mediazione liberante e conclusiva.
Anita è eros e pensiero ma anche la purezza della vecchiaia, il dialogo infinito e il viaggio. Le figure si affollano come paesaggio dionisiaco e fertile umanità: Mino lo stregone, don Martino, Rossana la malata di Alzheimer, la prostituta Eleonora e Miranda, narrano di una reclusione e di una domanda elementare su Dio e sull’essere, che possa svelarsi, abbracciare, infine, il termine del proprio limite.

Andrea Galgano

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