GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG

da www.letteratitudinenews.wordpress.com, 13 dicembre 2018

Dopo che Seneca, Bobbio e Simon de Beauvoir l’hanno spiegata; Yehoshua e Philip Roth narrata; Robert Redford e Jeane Fonda inscenata e – per restare alle migliori prove pluridisciplinari – dopo che Renato Zero e Claudio Baglioni l’hanno cantata, infine la vecchiaia ha ispirato un romanzo, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, che non è un romanzo perché stilisticamente si presta come poema in prosa e più che una storia racconta una Ur-storia, la vita di ogni uomo che viene al mondo e poi muore. Presentandosi come la biografia per highlights di un’anziana diva morente, si rivela invece una struggente orazione funebre alla vita e un epinicio alla morte nei modi di una elegia che non poteva non essere intonata se non da un poeta maudit e colmo di amor fati – chi altri se no – un poeta capace di arrivare nei penetrali dell’animo umano pur non avendo esperienza diretta alcuna di vicende legate soprattutto all’età. E Alessandro Moscè, poeta marchigiano, restituisce con sorprendente efficacia un quadro della vecchiezza che è così vivido da rappresentarne, in una ottuagenaria costretta sulla sedia a rotelle, i dolori fisici e psichici con un sentimento che solo chi li viva può conoscere. Oppure un poeta.
Ma il libro si distingue soprattutto perché introduce un punto di vista originale che è forse il suo merito maggiore: i soggetti, a partire dal principale, Anita Ekberg, la vaporosa Sylvia de La dolce vita felliniana, appaiono molto meno significativi dell’oggetto che è appunto la morte: quasi che, una volta aver deciso di occuparsi della caducità della vita e dell’ineluttabilità della morte, Moscè abbia cercato un personaggio realmente esistito che fosse congeniale a rappresentare lo spirito di entrambi i misteri, nel presupposto che sia la vita che la morte possano essere colte nella loro segreta immanenza solo se testimoniate da una figura che per la grandiosità del suo vissuto sia stata creduta immune – e lei stessa si sia sentita tale – agli effetti esiziali ed entropici di esse. Una dinamica del divenire dunque che, se resa nei modi di una poetica dell’essere, produce un’ontologica pronta, mutando il realismo in lirismo, a farsi paradigmatica ed escatologica. Un mutamento di orizzonte che disvela il lato oscuro, non visto, dell’arcano della vita, che al pari della morte può sembrare orribile.
Ed è forse questa la morale sottesa in Moscè, molto ungarettiana se vogliamo: la morte si sconta vivendo, più precisamente invecchiando e, ancor peggio, perdendo via via il controllo del proprio corpo che finisce per sopraffarci quando da giovani lo abbiamo dominato. A una certa età, scrive Moscè, la ragione, insieme con la lucidità mentale che riusciamo a conservare mentre viene meno la salute fisica, “serve a constatare che si sta sempre peggio e che aumentano le paure”. Le paure, al plurale: a moltiplicare i motivi del terrore che ghermisce chiunque si trovi presto o tardi a un passo dalla morte, “la livella” che equipara la grande diva alla più umile malata ed entifica bufalinianamente la morte naturale, quella per malattia, dunque per vecchiaia, come morte violenta. Tale la crede la protagonista di Moscè, una Anita Ekberg nei cui panni di personaggio celebre convivono tutti gli esseri umani, al di là della fortuna avuta in vita e disarmati di fronte alla finitudine e alla perenzione, una Anita Ekberg eponima dell’umanità, scelta probabilmente da Moscè perché in lei il massimo del dolore senile fa da contrappunto al massimo della felicità giovanile. Il pretesto di parlare di Anita per parlare di vecchiaia è allora lo stesso che induce Moscè, in un letterario processo di scambio, a parlare ancora di Anita per parlare di giovinezza. Di qui l’aspetto biografico e narrativo del libro che non racconta solo gli ultimi giorni dell’attrice ricoverata in un centro geriatrico di Rocca di Papa ma ne riepiloga in ricorsivi flashback gli anni struggenti del successo, della bellezza assoluta, del pieno di vita: in un contrasto che, fondendo anche vero e falso, crea appunto il romanzo e accende l’invenzione letteraria di cui l’autore fa largo uso quando in mancanza di dati biografici certi si affida a un fondo di supposizioni e rivolgimenti – nei lunghi e teatrali dialoghi soprattutto – che non si fatica molto a immaginare molto verosimili o comunque ad accettare come tali – compresi una seduta spiritica, l’avvistamento di fantasmi nella casa di riposo, i racconti straordinari, i pensieri suicidari e delittuosi, la sortita in paese con un’altra compagna di ricovero nell’illusione di sfuggire alla morte. Ma giacché tutto ciò che riguarda la vecchiezza riguarda anche la morte essendone l’ambulacro e il vestibolo, il pensiero della fine in un clima interiore di cupio dissolvi diventa allora il cronotopo che scandisce il tempo diretto inesorabilmente ad essa nel momento in cui la giovinezza e la bellezza si conformano nella guazza di un paradiso perduto. Per questo diventa tanto più insopportabile l’idea della morte da vecchi, quando la vita avuta in più non vale quella persa da ragazza da chi, come Marylin Monroe, è rimasta per sempre bella e sana. Nel momento in cui l’esistenza diventa una corsa contro il tempo per rimanere giovani, la morte non appare più come in gioventù un incidente che non doveva capitare, ma mostra il suo vero volto apparendo una necessità anziché una disgrazia. Anita avrebbe dovuto rimanere sotto la cascata della fontana di Trevi per farsi ricordare al pari di Marylin con la gonna svolazzante e irresistibilmente sexy, ma la vita che non premia la bellezza e non fa privilegi a chi l’abbia vissuta in arsi per indirizzarla sul viale di una vecchiaia fatta di solitudine, povertà e malattia di cui farsi una ragione e prendere amaramente coscienza.
Moscè svolge con tatto questi temi e quando descrive minuziosamente i dolori fisici che non avrebbe Anita non potuto provare da vecchia scioglie il pathos incalzante rinverdendo il ricordo dei tempi felici, così tornando alla biografia e lasciando il genere sick-lit, in sostanza saltando dal dolore del presente alla gioia del passato remoto in un gioco di rimandi che diventa vertiginoso quanto più appare evidente pur alla stessa Anita il mutamento di vita e di aspetto fino a non volersi più essa stessa riconoscere allo specchio. La donna che non riesce a contare i troppi spasimanti avuti e che poi finisce per non volerli più ricontare né ricordare – e con essi nemmeno i due mariti – conta invece, nella fascinosa visione proposta da Moscè, quattro terne di riferimenti cui ricondurre il complesso della propria vita sospesa sul baratro della morte: Fellini, Mastroianni e Quasimodo come figure del passato felice; Mino lo stregone, don Martino il prete e Adriano Pellegatti il giornalista quali compagnie maschili di un presente da vecchia; Rossana la malata di Alzheimer, Eleonora la prostituta morta da un anno e Miranda la vedova cortese come dame di reclusorio; e infine Giuletta Masina, la madre e ancora Fellini destinatari delle sue lettere ai morti. Entro questa prospettiva gli ultimi giorni della diva ci sembrano dunque una danza macabra nella quale una Anitona che non c’è più – ed è già morta dentro – incede lasciando un gruppo e passando a un altro nel perimetro di una stanza d’ospizio correlato oggettivo del mondo che fuori coincide con la vita: per infine vivere in un incontro con i fantasmi dell’ospizio, che invitano alla preghiera e annunciano il trapasso, il punto in cui la vita e la morte non sono più che la stessa impostura.

Gianni Bonina

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