L’INNOCENZA DEI GIOVANI A CORINALDO

“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti”. Questi notissimi versi di Pier Paolo Pasolini, dal titolo Il Pci ai giovani, apparvero per la prima volta sul settimanale “L’Espresso” nel giugno del 1968. Erano gli anni turbolenti della contestazione giovanile in cui scoppiavano le risse in mezzo alla strada e si usavano le armi. L’eversione confusionaria e violenta provocava guerriglie. Quei giovani erano ben diversi, costituzionalmente, da quelli di oggi, perché partecipavano attivamente alla vita sociale del paese (non so se fossero migliori o peggiori). Leggo commenti allarmanti sui ragazzi del terzo millennio amanti del rapping, dopo la tragedia avvenuta dalle mie parti, a Corinaldo, nell’anconetano, con sei morti e decine di feriti a referto. Nomen omen: la tradizione popolare vuole che il nome di Corinaldo sia formato dalle parole “corri in alto”, facendo riferimento a vicende di età romanica quando gli abitanti in fuga si sarebbero rifugiati su di un’altura per costruire un borgo più difendibile. Qui si svolge “La notte di Halloween”, iniziativa di grande richiamo, che si conclude bruciando una strega a mezzanotte e facendo esplodere fuochi pirotecnici sulle note medievali, con un rito definito il “tunnel della paura”. Da ieri si parla di ben altra paura e di ben altre streghe: ma qualcuno ha preso ad esempio la disgrazia per introdurre temi inerenti al nichilismo disperante, all’analfabetismo emotivo, al disagio esistenziale, alla mancanza di senso dei minorenni, aspetti allarmanti che pure si riscontrano anche nella Provincia di Ancona. I ragazzi che frequentavano la discoteca, alcuni addirittura per la prima volta, sono del tutto incolpevoli dell’accaduto, che non ha nulla a che fare con l’abuso di alcool, droga ecc. Sono stati sfortunati perché un irresponsabile ha scatenato il panico spruzzando una sostanza urticante e perché all’uscita della struttura lo spazio a disposizione dove disperdersi all’aria aperta era esiguo, tanto che la pressione ha determinato il crollo di una ringhiera e il rotolamento delle persone una sopra l’altra, in uno schiacciamento da asfissia. La massa non si è resa partecipe di uno scempio corale, di un gesto assurdo e quindi evitabile. Le presunte ombre sinistre dei Millennial finiscono al centro del dibattito senza alcuna ragione plausibile. Tutte le generazioni hanno avuto idoli musicali, tutte le generazioni sono state in discoteca o nelle balere. Quei giovani che sono morti studiavano, praticavano sport. Gli altri, salvi o feriti, erano come tutti, parte di una realtà che offre meno occasioni lavorative, meno ricchezza, meno sicurezza economica alle famiglie rispetto ai giovani di due, tre generazioni precedenti. Chi condanna i ragazzi per l’accaduto di Corinaldo lo fa pregiudizialmente. Il solo titolo giornalistico “Folla impazzita” è sbagliato, come alludere ai malintenzionati. Qualche giovane è stato perfino eroico, perché mettendo a repentaglio la propria vita ha cercato, tra la calca, di salvare quella degli altri. Si è detto anche detto di una banda dello spray urticante, che però non era nel locale. Un solo ragazzo ha agito stupidamente, ma gli insensati ci sono stati sempre. Ricordo quando una volta, più di trent’anni fa, in una discoteca estiva dove mi ero recato, dentro un pozzo, nel giardino esterno, trovarono un morto ammazzato in sordina intorno alle 22. E’ sbagliato anche dire che sia diverso chiedere ad un genitore il permesso per andare in discoteca, rispetto al porre la domanda in questo modo: “Posso andare in discoteca alle una di notte?”. La fatalità non ha orario. Simpatizzo molto per quei giovani della discoteca di Corinaldo perché sono innocenti e hanno avuto il coraggio di soccorrere chi non conoscevano, di lasciare le giacche sulle spalle delle ragazze infreddolite, di non scappare, di telefonare per accertarsi che la comitiva con la quale erano partiti da casa fosse incolume, nessuno escluso, e rispondesse ai richiami. Il mondo globalizzato, i social network, le mode estrose, i modelli irreali, gli stili di vita non appartengono al crollo di una ringhiera. Per una volta la crudeltà della morte non lasci intravedere una narcisistica inflazione del male dietro la musica hip hop. Quei giovani, purtroppo, sarebbero deceduti anche se avessero avuto tra i loro miti Michelangelo o la concittadina Maria Goretti.

Alessandro Moscè

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