SANDOKAN: L’IMMORTALE ICONA SALGARIANA

Chi, da ragazzino nato negli anni Sessanta non ha letto Emilio Salgari, che aveva trasformato un’immagine acquatica di Verona nel mare esotico della Malesia, con le sue tigri di Mompracem e i famigerati pirati, senza aver mai visto, come tutti, la giungla nelle isole del Borneo? Le prime maschere che sostituivano Arlecchino e Pantalone, Peter Pan e Zorro, furono quelle di Sandokan, “un uomo di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana. Lunghi capelli gli cadono sugli omeri, una barba nerissima gli incornicia il volto leggermente abbronzato. Ha la fronte ampia, ombreggiata da due stupende sopracciglia dall’ardita arcata, una bocca piccola che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo”, scriveva Salgari arrotolando fazzoletti in testa come fossero turbanti, nei boschi dietro casa dove impugnava i bastoni facendoli roteare. Lo scrittore Francesco Piccolo, nel romanzo L’animale che mi porto dentro, appena dato alle stampe, recupera il ciclo dei pirati salgariani. Allude a Sandokan che assalta i vascelli e le giunche da carico, che depreda il nemico inglese e olandese, che non si cura della morte. Un uomo senza scrupoli, un simbolo apparente di villania con la scimitarra in mano? Eppure da quel covo di gente rozza e violenta, l’isola di Mompracem, con l’aiuto dell’amico portoghese Yanez de Gomera, Sandokan approda a Labuan e si invaghisce della sua perla, lady Marianna. Spietatezza ed efferatezza fanno posto a dolcezza e umanità. Il pirata conosce il sentimento e la ragione. Emilio Salgari, come del resto Sergio Sollima, il regista che nel 1976 portò sul piccolo schermo Kabir Bedi, del quale tutta Italia si innamorò, creò un personaggio che ripudiava il nichilismo attivo, il superomismo. I terribili titani vennero sopraffatti dalla nobiltà d’animo, non illusoria ma benedetta dall’affettività, dal sentimento finalmente esternato. Salgari annota: “E così quella fanciulla, colla sua intrepidezza e la sua bontà e per la sua bellezza, si era meritata quel soprannome di Perla di Labuan, soprannome volato così lontano e che aveva fatto battere il cuore della formidabile Tigre della Malesia”. Battere il cuore, appunto, per intrepidezza, bontà e bellezza che esercitano una funzione terapeutica. Una scintilla per occhi non offuscati: Sandokan è il bambino che scopre una realtà meravigliosa, che riceve un tesoro inaspettato. Molti ragazzi, negli anni Settanta, avrebbero voluto essere Sandokan, o meglio il coraggioso Kabir Bedi. Disse Adolfo Celi nella parte del rajah bianco di Sarawak in La tigre è ancora viva. Sandokan alla riscossa (1977), film sempre diretto da Sollima: “Sandokan è un uomo in grado di trascinare, è nato capo. Con lui dieci uomini sono un esercito. Dove si arriva dopo giorni di ragionamento, lui arriva in un attimo. Lo uccidete e lo rivedete vivo. Riuscite a prenderlo, ma è già scappato. Non combattete solo un uomo, ma una leggenda”. Chi altro era Kabir Bedi nello sceneggiato più famoso e seguito della storia della televisione italiana? Un invincibile, un immortale, ma non solo. Sandokan uccideva ma lo faceva per riprendersi ciò che gli avevano tolto (era un principe) e per ridare dignità alla sua povera gente. Un modello, un’immagine di quelle che si dipingono sui telari. In un’epoca di falsi miti e di fiction che non lascia più spazio all’amore, alla saggezza, al fascino, rimane l’ultima rappresentazione canonica in forma umana: il salvatore con l’aureola che illumina la nebbia. Un Cristo laico che piace ancora, più dei divi della musica pop o del grande schermo che brucia i suoi volti (non carismatici) in una stagione.

Alessandro Moscè

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