NE’ ORGANICO NE’ DISSIDENTE: L’INTELLETTUALE CHE NON C’E’

Torniamo sul tema già affrontato. Nell’epoca della post-verità, dove ogni affermazione viene posta sullo stesso piano di qualunque altra, prevale un insipido principio di equità (uno vale uno). Ancora una volta si riapre la discussione sul ruolo dell’intellettuale che non c’è, che non si anima nel discernere il significato di populismo, modernità, progresso, globalizzazione, migrazione ecc. L’intellettuale è caduto nella rete dell’autopromozione: pensa a se stesso e non a ciò che dovrebbe guidare un processo di critica del sistema, sia all’interno di un’organizzazione (partitica o politica), sia al di fuori. L’intellettuale, sostanzialmente disimpegnato, non interviene, non si espone mai. E’ morta la domanda di senso, così come è defunta l’analisi della società post-capitalistica. L’intellettuale non è più il baluardo di un interesse collettivo, selettivo. I poeti guardano il loro ombelico e scrivono solo i loro versi, i narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche. Mai che inviino un articolo di giornale o che affondino la lama sui diritti umani, sulla tempesta dei mercati, degli apparati di guerra mediorientali, sulle minoranze etniche, sul reddito di cittadinanza: sulle spie, cioè, di un’Italia oggi variata, discrepante, alienata dall’Europa. I giornalisti rimangono dentro la cronaca quotidiana e i sociologi si riversano sull’identità dell’individuo, non sull’età del malessere (titolo, peraltro, di un romanzo di Dacia Maraini datato 1963, in cui una ragazza vive soffrendo il rapporto con gli altri fino al limite dell’irrealtà). Antonio Scurati pubblica un tomo romanzesco su Mussolini, il primo di una serie di tre volumi, colmo di errori grossolani. Dalla storia alla fiction, nel mezzo rimane l’Italia, questa Italia sempre più povera e sempre più disoccupata. Nessuno ci dice se il paese è realmente razzista. Corriamo il rischio di una persecuzione, di una guerra civile contro il presunto diverso che non conosciamo? C’è da rimanere basiti. A Piacenza si danno appuntamento, tramite i social, frange di teenager per trasformare la piazza in un campo da fight club (“non sappiamo chi si picchia, lo facciamo per vincere la noia”, dichiara apertamente un ragazzo). Il Viminale teme di sgomberare un palazzo occupato dagli esponenti di CasaPound in zona Esquilino a Roma, perché i neofascisti minacciano un bagno di sangue. Quali segnali intercettiamo da insane baruffe e da storture istituzionali, stando solo all’ultima settimana? Nulla, a quanto pare, come se il male comune fosse un tabù sul quale tacere. Qualche eccezione c’è, ovviamente: il direttore della “Stampa” Maurizio Molinari esce con Perché è successo qui (La nave di Teseo): la paura e la collera sono il nocciolo dell’innovazione contemporanea, come nota Ferruccio De Bortoli sul “Corriere della Sera” del 24 ottobre. Si va alla ricerca del nemico, di un nemico. Basta che ci sia e che non appartenga al passato, alla memoria, alla formazione della Repubblica e della Costituzione. L’intellettuale riluttante (Elèuthera) del filosofo Aldo Rovatti è l’altro saggio fresco di stampa che afferra le manchevolezze dell’intellettuale, al punto che Roberto Righetto, sulle pagine di “Avvenire”, parla del bisogno di una resistenza contro tutto ciò che passa sotto il motto della propaganda. L’intellettuale senza orientamento è l’uomo del non: non reazionario, non illuminista, non riformista, non progressista, non liberale, non sovranista: dunque, né organico, né dissidente. La migliore affermazione del momento la offre certamente un non individualista, Roberto Cotroneo, nello splendido romanzo Niente di personale (La nave di Teseo) appena pubblicato: “Forse non si poteva prevedere ma è accaduto. E’ accaduto che i mondi interiori si sono riversati nelle strade del social network, che la democrazia è finita nel web, che i grandi autori sono sempre citati in modo sbagliato, che nessuno vuole più sapere, ma tutti vogliono essere”.

Alessandro Moscè

 

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