LA LINGUA E IL CORRISPETTIVO DEL SELFIE

Non è vero che in Italia i romanzieri manchino: sono declassati, si fa per dire, nell’editoria minore e spesso irrintracciabili. Manca sempre di più una ricerca, uno stile sul piano linguistico, così come manca, sul piano culturale, chi sappia raccontare l’Italia di oggi, la repressione economica, la disoccupazione, l’internazionalizzazione, i luoghi e i nonluoghi. E’ interessante l’intervento, come prolusione al Premio Campiello, di Lorenzo Tomasin, un giurato docente di Filologia romanza dell’Università di Losanna, che pone l’accento sui criteri assoluti di scelta che avrebbero dovuto determinare la cinquina del Campiello. Ma soprattutto è stato lanciato un anatema contro l’editoria perché compulsiva (si pubblica troppo) e contro la critica arresa ad un esercizio catalografico. Se è vero che manca uno stile che distingua, i romanzi sono, sempre stando a Tomasin, “inodori, insapori, incolori”. Non si è altro che di fronte, per l’ennesima volta, alla differenza sovrapponibile tra romanzo d’intrattenimento e romanzo che dice. Tra romanzo come lettura da consumare e romanzo come discernimento e idea. I narratori di oggi non fanno i conti con la totalità dell’esistenza, di un’epoca, di una generazione, ma con storie minori, con il corrispettivo di un selfie. Guardarsi dentro equivale a guardare un tempo interscambiabile, resettato. Non c’è più lo sguardo sul tempo di una comunità e di un Paese, l’Italia, che andrebbe indagato non nelle saghe dei commissari di polizia, ma nelle macerie sociali che accumula. Il romanzo di formazione stesso passa attraverso l’opacità episodica e non per la complessità della sua formula. Si guarda all’involucro sul quale agiscono uomini e donne, ad un corredo, ad un ornamento. I temi sono inutili, liquefatti. Il linguaggio è cinematografico, sfalsato. La riduzione del romanzo ad un mondo da selfie, ha fatto crollare la dotazione di mistero della narrativa. Pensiamo a Philip Roth, che ci ha lasciato due giorni fa: esperienza, vecchiaia, sesso, umorismo, ribellione, moralismo, libertà, psicoanalisi coesistevano nelle pagine di un grande scrittore. “La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale”, scriveva Italo Svevo nel 1923, per giungere all’apice del dicibile. La coscienza di Zeno era un romanzo di vita e di crisi, di crescita e disillusione. Oggi la febbre della scrittura ha lasciato il posto ad una fatale sopravvivenza, ad una riduzione automatica del racconto: perentorio, omicidiario, fatale. Il facile consumo fa della letteratura qualcosa di visibile, un lungometraggio della parola nell’esilio dal mondo, nella massificazione del mercimonio. Il pensiero non pensa, ma guarda.

Alessandro Moscè

Tags from the story
, , , , , ,