INAPPARTENENTI MA NON INDIFFERENTI

Le elezioni del 4 marzo hanno avuto un esito prevedibile. Vincono il Movimento 5 Stelle e la Lega, nessun altro. La terza Repubblica nasce senza storia, ma gli italiani non solo hanno la memoria corta. Non amano l’anacronismo, guardano fissamente all’oggi. Sono nel presente instabile, non vogliono sentirsi rappresentare da un sistema definito e insoddisfacente. Nella società liquida prevale il giudizio depurato, subitaneo. Il populismo è un termine indefinibile, come il post-modernismo, come ogni vocabolo smussato al punto da contenere una verità commutabile. Due vincitori, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si assomigliano nell’immanenza delle loro parole, come nella rivoluzione del programma, che in realtà non è affatto leggibile come segno di lagnanza, ma come principio di aderenza. Interpretano la semplificazione delle pulsioni italiane che ripudiamo il partitismo, la gerontocrazia, l’Europa che ha dimezzato gli stipendi dei lavoratori. Senza un accordo trasversale l’Italia non sarà governabile. A quarant’anni dalla morte del martire della prima Repubblica, Aldo Moro, risalta la convergenza parallela che sconvolse un assetto di combinati disposti. Qualcosa, allora, di ben diverso nella contrapposizione dei due blocchi divisi dalla cortina di ferro. Ma come dice la figlia dello statista Maria Fida, che conosco personalmente, se si sta con Aldo Moro ci si sta fino in fondo. La morte della Repubblica è avvenuta prima del 1992, con la strage di via Fani e con il ritrovamento del cadavere del presidente della Democrazia Cristiana in via Caetani. Moro diceva che nessuno dovrebbe essere escluso dalla vitalità e dal valore della vita sociale. Non ammetteva zone d’ombre. Quelle ombre che si allungano sulla prigionia dei 55 giorni e sul retroscena di una morte annunciata, di una regia occulta. Aldo Moro, oggi, non avrebbe sostenuto una coalizione disomogenea, frammentata. Avrebbe parlato ai giovani, come sempre, con un intento pedagogico, senza alcuna tessera e senza alcun proclama pubblico. Torniamo a noi. Come guardare questo presente confuso, svincolato da ogni influenza, da ogni forma di controllo? Da una parte la salvaguardia del liberismo berlusconiano e il tema della sicurezza salviniano costituiscono bisogni decisamente sentiti dagli imprenditori e dai liberi professionisti, dall’altro il no al carrierismo politico e la corruzione, vessilli del leader pentastellato che si rivolge alle masse, si scontrano con una sinistra che non sa più parlare alla gente. In una fase epocale dove aumentano le nuove povertà, l’antifascismo appare un elemento arcaico, se non addirittura inopportuno ai fini elettorali. Inoltre c’è anche un fascismo rosso che viene taciuto: quello dei centri sociali che pestano a sangue un poliziotto, che colpiscono con violenza un esponente di Casa Pound e che inneggiano con stoltezza alle foibe. Una maestra che aderisce a questi poli ricreativi, radicali, chiede apertamente che le forze dell’ordine vengano condannate a morte (si può stare con i poliziotti e non con gli studenti, ammoniva il corsaro Pier Paolo Pasolini). Lo squadrismo di tali soggetti non ha nulla di diverso dai gesti di chi si riconosce in Forza Nuova. Stamattina, sul “Foglio”, Alfonso Berardinelli scrive: “La base sociale delle sinistre ora è non ideologizzata e prevalentemente xenofoba. Una base sociale dei cui istinti le dirigenze di sinistra si vergognano e che non sanno, non possono, non vogliono interpretare”. E’ vero anche che gli effetti del capitalismo hanno uniformato i cittadini, tanto che destra e sinistra sono formazioni pressoché estinte, specie per chi è nato negli anni Settanta e Ottanta e non ha vissuto la piazza, ma si è formato negli anni del consumismo e del disimpegno, nelle discoteche della riviera. Questa generazione si è riconosciuta nello scrittore Pier Vittorio Tondelli, nel ritorno all’intimismo tra musica e svacco, video e fumetti. Il retaggio, nel terzo millennio, consiste in una libertà mobile di pensiero, anarchica e individualista, marcata dalla non appartenenza, dalla non attribuzione, ma non dall’indifferenza. “La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere”, scriveva Luciano Bianciardi già nel 1962 (La vita agra). Il Movimento 5 Stelle e il nuovo corso della Lega hanno minato questo terreno conservativo non avendo alle spalle un passato rintracciabile. Ed è esploso un ordigno di polvere pirica.

Alessandro Moscè

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