Abbraccio domenicale

Questi rami schermo di un vento che spinge,
soffici sotto la pioggia a sprazzi
in un marzo di piccioni e merli,
ancora qui, nel mio giardino invisibile
di panchine e nonnulla,
di anfratti dove le mani si perdono
nell’angelo degli adolescenti.
Qui dove morire è esistere
nell’abbraccio domenicale di un selfie
e nell’ansia prima delle partite,
nella calma desolata, sottile,
rimasta a mezza altezza nello stradino
dove le badanti dell’est confabulano
prima di aprire l’ombrello.
Qui, dove nessuno potrebbe smettere
di amare il bambino che è stato
correndo sui pattini a rotelle
o calciando il pallone per un tiro a effetto.
Qui, dove è facile innamorarsi di un lampo
che rispecchia volti e capelli,
ciò che rimarrà nella galleria di un iPhone

 

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