L’AMORE E IL POSSESSO

Persone trattate come cose. La pretesa del possesso, della proprietà di un uomo o di una donna, come fossero oggetti che si tengono nel cassetto: il legame affettivo può assomigliare ad una messa in sicurezza dell’altro. Ieri, sul quotidiano “Il Giornale”, la psicologa Maria Rita Parsi diceva la sua sulla fine di un matrimonio che può condurre alla fine di tutte le certezze. Il complesso di Medea porta la madre ad uccidere i figli per sottrarli al padre, mentre il padre vivrebbe il complesso del grembo materno, compiendo lo stesso gesto. Non può dare la vita, quindi il suo potere consiste nel toglierla. Da qui la spiegazione dell’omicidio dei figli, quando uno dei due coniugi spezza l’unione matrimoniale con la separazione. I sentimenti malati, corrosivi, che distruggono l’individuo, sono molti di più di quelli che pensiamo, stando ai dati forniti dagli specialisti. Spesso non ci si accorge che il rapporto di coppia viene vissuto allo stremo delle forze emotive, che l’amore è una condanna perché l’altro non sa amare, ma annientare. Luigi Capasso, il carabiniere che ha sparato alla moglie a Cisterna di Latina, si è suicidato e nell’appartamento hanno trovato morte le due figlie di 8 e 14 anni. Le bambine sono state uccise nel sonno. I carabinieri hanno fatto irruzione nella casa dove l’uomo si era barricato per nove ore, dopo aver interrotto le trattative. Il militare, 44 anni originario di Napoli, aveva subito la sospensione dal servizio, ma era stato reintegrato. Lo strazio delle morte che poteva essere evitata fa tanto più scalpore quanto appare così cinica e spietata l’esecuzione. Si uccide per un contrasto familiare, per non rinunciare ad un punto fermo, egoisticamente. Si uccide perché la solitudine spaventa, perché non si accetta il rifiuto, il cambiamento. Scrive Umberto Galimberti nel libro I miti del nostro tempo (2009): “Il raptus non esiste. È fanta-psicologia ipotizzare una vita che scorre normalmente e normalmente continua a trascorrere dopo l’eccesso. I raptus sono comode invenzioni per tranquillizzare ciascuno di noi e tacitare il timore di essere anche noi dei potenziali omicidi”. La normalità che degenera ci spaventa, ma non sempre il punto limite di un comportamento è individuabile. Chi stabilisce se un gesto è plausibile o meno? Chi se è la spia di una devianza, di una repressione? Quando la tolleranza è un errore? L’incapacità di amare inquina i rapporti interpersonali, specie tra uomo e donna e specie all’interno della famiglia. I sentimenti sono qualcosa sui cui si tace e si è ben contenti di tacere. La società di oggi, nel suo nichilismo attivo, lo impone, e sbaglia. Si esalta il successo, la realizzazione personale, il controllo e la padronanza delle situazioni, il grado di rilevanza sociale. Giorgio Montefoschi, nel suo La fragile bellezza del giorno (2014) racconta l’amore come una parabola. Se dura per sempre è una grazia divina, ma anche fatica. Ernesto e Carla, pur senza tradirsi, si sentono traditi, gelosi, insicuri, innamorati per tutto il tempo della “contesa matrimoniale”. A volte l’amore provoca un dolore insopprimibile che va accettato. L’onda della vita e della morte oscilla tra nascita e lutto. E si offre smisuratamente.

Alessandro Moscè

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