LA POESIA ORFICA DI MILO DE ANGELIS

Milo De Angelis è oggi un poeta di culto, specie tra le nuove generazioni, per la capacità di focalizzare come un vero e proprio annuncio lo spirito del tempo di un’età giovanile prolungata. L’esperienza di questo tempo emotivo e formativo si diffonde in un magistero dove il reale, la lingua poetica e la spinta dell’inconscio captano un’inventiva originale e un modello falsamente ritenuto post-ermetico. In realtà siamo di fronte ad una voce dirompente, singolare, continuamente nuova. De Angelis ha esordito con Somiglianze nel 1976 (Guanda), suscitando un dibattito favorevole. Non c’è dubbio che questa raccolta ebbe una duplice importanza e un’eco come pochi altri testi poetici di quel periodo: da un lato De Angelis riscopriva un’estrazione simbolista, dall’altro si insinuava nella forza dei luoghi, nell’oggettività delle cose. Una certa astrazione non si sfilacciava in labirintici meandri, ma rimaneva confinata nella fisicità. Il dato è abbastanza sorprendente, perché se i postulati dell’avanguardia erano stati respinti, il verso non risultava troppo aderente alla tradizione italiana, pur riscoprendo raccordi interiori e ispirazioni universali, tra il non conosciuto e l’inconscio, in segnali epifanici aperti ad orizzonti immaginifici, oltre il sensibile tatto [“È venuta in mente (ma per caso, per l’odore / di alcool e le bende) / questo darsi da fare premuroso / nonostante. / E ancora, davanti a tutti, si sceglieva / tra le azioni e il loro senso”]. Al poeta interessano gli “esistenti” nella necessità di comunicare e di razionalizzare. E l’incontro avviene nell’oggettività dell’accadimento, nella verità individuale della persona, nel suo verbo, nella sua emotività (“Presa la vita, rallentato il tempo / con i gesti, tutto concordava: / cercavamo una fraternità / nell’ombra, dove l’esperienza non separa”). I visi sono delineati, chiamati a farsi vedere. Il magma dell’inconscio si fonde con la chiarezza dell’immagine. Dall’orfismo all’intuizione di un adesso, i vasi comunicanti si misurano nella prospettiva di una dimostrazione completa, parola per parola. Si pensi, a tal proposito, a versi che provengono da un pre-pensiero, ma che trovano una rispondenza nel fatto specifico: “Anche la faccia, al risveglio / ogni volta, panico e ansia / di diventare diversa”. Si infittiscono le trame tra le strade, gli studenti, i semafori: ma in mezzo alle cose svetta il tempo che passa e nessuno recita una parte irrinunciabile, determinante. La coscienza infelice entra in ballo nell’azione, in una prova, in un dialogo, nell’indugio dell’uomo che vuole esserci, che grida il suo male, che vince la sua ritrosia. I piani della conoscenza (Cucchi) sono spostati e anche l’esempio dei poeti maledetti non è così lontano, in una risposta alla vita metallica, piena di rigurgiti, misteriosamente scoppiettante di destini di gente che dice, che si lamenta, che si dibatte, che non demorde. Biografia sommaria (Mondadori 1999) è l’altra capitale raccolta dove vengono ripresi molti dei toni e delle sfumature della raccolta d’esordio e dove appare una risalita della quiete primordiale, però unita a uno stato più riflessivo e meno complesso. Una certa accettazione della realtà si lega all’oggetto definito, oltre che a una densità di pensiero. Si scioglie il nodo di questioni esistenziali che erano rimaste volutamente nebulose, inglobate in rigagnoli dispersi. Il “pendio della memoria” ridà una saldezza alle stesse fotografie augurali, alle corse infantili, ad azioni che si accavallano, addolcendo però lo stato d’animo che le genera e il sapore di alcuni versi tra i più riusciti, ci sembra, di tutta la poetica di De Angelis. Le considerazioni e le apprensioni sul tempo vibrano squillanti (“Vita che è solo vita / e non ci lascia prima di comprendere / e batte sui segnatempo, sull’inverno / intuito dalla scorsa mente. I camion / restano lì, spirituali. Ora una città / ci aziona il respiro”). Questi camion “spirituali” sono la dimostrazione di un silenzio che chiama le cose, di occhi che cercano frontalmente di fermare il silenzio. La musicalità del verso viene da una parabola esistenziale, si eleva dalle macerie, da un sangue raggrumato. La magia di Milo De Angelis coglie il “semprevivo” della notte, dell’uomo che non molla, che entra nella cronaca (“Nel capogiro delle tangenziali / donne ancora felici portavano le lenticchie / a capodanno: era l’alba, / l’alba di ogni sostanza e ti disse / solamente non puoi, non puoi morire / l’insanguinata che entrò nella tua stanza”). Si instaura un braccio di ferro con la morte arginata nel vuoto esistenziale. La vertigine di Biografia sommaria enfatizza la presa diretta della quotidianità, nient’altro che la poesia della vita (“come un compito della sostanza / come un tutto senza notte / chiedevo di scendere / come due città, potenti sotto la pioggia, / scambiano una vita con un’altra vita”).

Alessandro Moscè

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