GLI AFRICANI DI UNA CITTA’

Li incontri al buio, di prima mattina, che si muovono in gruppo per andare a pregare o per prendere un autobus che li conduce in una fabbrica di periferia dove lavorano con un contratto interinale rinnovabile di settimana in settimana. Gli africani camminano in fila indiana e indossano giacche a vento multicolori, parlano a bassa voce, hanno gli occhi fermi su qualcosa di indefinibile. Li rivedi all’ora di pranzo sparire tra i vicoli della città come lucertole che appaiono e scompaiono in un lampo tra i buchi delle pietre. Qualcuno indossa le scarpe da tennis, qualcun altro i mocassini che distribuiscono alla Caritas. Non sono mai dalle parti della stazione, dove invece le ragazze di colore, tutte nigeriane, si aggirano con il telefono in mano sperando che arrivi qualche cliente. Si vendono per poco e si spostano dall’Umbria alle Marche. Sono stanche, grassocce, mal curate. Durante il giorno i senegalesi si posizionano davanti ai supermercati, nei pressi dell’ospedale, dei negozi di alimentari: aiutano a caricare in macchina la spesa degli anziani. I più giovani controllavano il traffico all’entrata e all’uscita del nosocomio, offrivano posti macchina e chiedevano un euro per il servizio svolto. Sono stati allontanati dalle forze dell’ordine. Altri ancora li vedi al pronto soccorso: stanchi, affamati, senza una ricetta, un dolore, un male. Uno di loro mi ha detto che cerca di farsi ricoverare per mangiare, bere, dormire. La madre è morta a Milano, dal freddo, mentre gironzolava tra i treni merce. Non sai mai se ciò che viene riferito sia un’invenzione o la verità. Non parlano italiano, ma si fanno capire. Le donne hanno i figli in braccio che dormono. Penano, cantano una litania mentre se ne vanno chissà dove. Sono le più giovani, con le sottane lunghe, a fiori. Hanno un odore di foresta, di chi viene più che da un altro mondo, quasi fosse un retaggio del passato, da una preistoria. Dicono che gli africani spaccino la droga, che sappiano come farlo meglio di qualunque altro. I loro sorrisi sono doloranti, come le loro gambe quando siedono sulle panchine di ferro del giardino pubblico e si tolgono le scarpe. Non sentono il freddo, come fossero impermeabili ad ogni agente atmosferico. Sono i nuovi residenti, coloro che alloggiano provvisoriamente, i senza dimora, i profughi privi del permesso di soggiorno o con le carte in regola. Se lo chiedi qualcuno ti mostra i documenti e ti dice che non ha mai fatto nulla di male. A qualunque ora passa chi vende fazzoletti di carta, calzini e accendini, bracciali in pelle e collanine. Ti supplica di comprare qualcosa o di pagargli un caffè. Dopo cena gli africani di Fabriano spariscono. A Roma, lo scrittore Eraldo Affinati guida la “Penny Wirton”, una scuola per stranieri gestita da volontari. Il tipo di insegnamento della lingua italiana è un omaggio allo scrittore italiano Silvio D’Arzo (1920-1952) e al suo ragazzo in cerca di una personale dignità. Si stacca dall’idea ufficiale di scuola: non prevede incombenze burocratiche e nemmeno la valutazione, che si traduce nella semplice approvazione dei progressi conseguiti. Non presuppone scadenze temporali, né una rigida programmazione; non richiede obbligo di frequenza né per i discenti, né per i docenti. Si limita a registrare ogni volta le presenze e le attività svolte singolarmente allo scopo di facilitare il proseguimento la volta successiva. Tutto questo è possibile eliminando l’idea base di classe e sostituendola con la relazione personale tra chi insegna e chi apprende. Accoglienza e integrazione sono parole a rischio di svuotamento, dice Affinati. Si vuole solo capire e farsi capire. Questa gente giunge in Italia o per motivazioni economiche (Magreb, Bangladesh, Filippine) o per fuga da paesi in guerra e tragicamente in preda a persecuzioni religiose o politiche (Afghanistan, Iran, Nigeria, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Gambia, Congo, Somalia). Forse la scuola, senza distinzioni d’età, è l’unico modo per avvicinarli.

Alessandro Moscè

 

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