MA LA VITA DOV’E’?

Le strade, i non-luoghi, i luoghi, gli appartamenti, gli uffici, i negozi. Uno sciame di vita scorre nelle giornate di sempre, tra la gente di ogni città. Spesso ci chiediamo dove sia alimentata l’esistenza che non si vede. Nella gioia, nel dolore, nel rancore, nell’indifferenza, nella generosità? L’invisibile, la vita interiore moraviana, quel di più che teniamo dentro, che non vediamo nel viso di chi si interfaccia con noi. Il senso del mistero dell’anima può essere racchiuso in un libro, in quello che sto leggendo, appena dato alle stampe: Le stanze dell’addio di Yari Selvetella (Bompiani). La vita è in una collina ricoperta di boschi come al decimo piano di un ospedale dove una donna è morta. E’ nell’amore crudele di un uomo al quale il destino ha sottratto la sua donna. E’ in un oggetto: lo zaino, la borsa, la penna, il quaderno, l’ago, il disinfettante. E’ nella commessa che non sai chi è, nel barista che vedi a metà dietro al bancone. Ad un certo punto del romanzo, l’autore, convinto che ripercorrere i corridoi e le stanze del nosocomio possa ridargli realmente la sua amata come non fosse mai deceduta, scrive: “L’intelligenza non è una forza vitale e quando si agita dietro lo sguardo del male appare sempre come una minaccia a chi è salvo, a chi è sano”. Ci si nutre nella sopravvivenza, nel combattere, nel rinascere, nel non arretrare. “Si nasce, si muore, non c’è altro”, sentenzia Selvetella. Ma poi il suo protagonista si accorge di avere davanti agli occhi un puzzle da costruire. La vita è anche la voce che non esce. La poetessa della ex Russia Elena Švarc  (venuta a mancare nel 2010), da Valaam, un’isola sul lago Ladoga, non si immaginava in terra o in cielo, ma sospesa in un campanile, in alto, per stare leggeri, lontani, quasi si potesse ascoltare una novella nel vento, un canto. Risuonava silenziosa dentro, nella vita che non si sa dove pulsi, eliminando perfino “l’embrione della coscienza” e covando l’inesprimibile. Ripudiava la furia, invocava la mitezza. L’avvizzimento della pelle e la vecchiaia le facevano paura. Avrebbe voluto uscire fuori da sé per osservarsi, per stringere la mano a Dio come fosse un confidente. E’ proprio la poesia che ci indica la strada della vita non consueta e invisibile. Resta il principio di sopravvivenza che ci accomuna, anche quando non sappiamo più dove andare: un talismano, una ragione o un sentimento. Søren Kierkegaard, nel suo Diario (1834/55) dà una prova mordace di ottimismo. “C’è in ogni uomo qualcosa che resiste più del molare più resistente, e una cosa a cui egli sta più attaccato che ad un braccio o ad una gamba: la voglia di vivere”. La brama, la stessa del santarcangiolese Raffaele Baldini, il grande poeta del nostro Novecento che inventò un vecchio personaggio che mandava a cagare chi chiamava la morte e beveva il vinello al selz per brindare alla salute.  Il suo buonumore saliva durante la partita a tressette in un bar, o in un cinema parrocchiale.

Alessandro Moscè

 

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