IGOR: IL FANTASMA CHE SUPERAVA L’IMMAGINAZIONE DEGLI SCRITTORI

Alla fine l’hanno preso, colui che gli spagnoli definiscono il malvivente più pericoloso, in Italia, dopo i mafiosi. Nessun giallista d’annata, con una coazione a ripetere storie che si assomigliano e che sono generate dalla penna dei seguaci di Camilleri, avrebbe avuto tanta inventiva come questo romanzesco personaggio: Igor il russo, che in realtà è di origine serba. Igor, alias Norbert Feher, alias Igor Vaclavic, ritenuto responsabile di due omicidi in Emilia-Romagna lo scorso maggio. Al momento della cattura nei pressi di Saragozza, era vestito in uniforme e armato di pistole rubate agli agenti della Guardia Civil, uccisi in una sparatoria. Secondo fonti dell’inchiesta citate da “El Mundo” nella versione online, Igor sapeva bene come colpire, perché ha ferito mortalmente le due guardie nonostante indossassero giubbotti antiproiettile. Lo avevano cercato più di mille agenti, sembravano sul punto di arrestarlo, ma Igor era scappato sempre nelle nebbie padane, tra cascinali di fortuna, stradine sterrate e campi arati. Si pensava fosse ancora qui, invece commetteva piccoli reati in Spagna. Sappiamo che è stato aiutato dalla criminalità organizzata: africani e serbi. I primi rappresentavano il braccio, i secondi la mente. Ne avevamo già parlato dell’eroe del male, del virtuoso della delinquenza dalla faccia sporca, camuffata, capace di respirare con una cannuccia calato in fondo ad un fiume. Lo psichiatra Vittorino Andreoli, nel suo saggio Le nostre paure (Rizzoli 2010), afferma: “Oggi che il matto vive più direttamente a contatto con la società dei normali e ha perduto anche il fascino dell’ignoto e dello sconosciuto, una grande attrazione l’esercitano i criminali che riescono a tenere l’attenzione per mesi attorno a un loro delitto”. Igor superava la fantasia comune perché era imprendibile. Uno contro tutti. Per questo, in fondo, nonostante fosse un assassino e le sue gesta considerate deprecabili, non ci sembrava un uomo in carne ed ossa, ma un Sandokan o un Rambo da sceneggiato televisivo, da film per il grande schermo. Uno di quelli che faceva dire a Friedrich Nietzsche che “criminale è il tipo di uomo forte posto in condizioni sfavorevoli”. Quindi un soggetto del tutto particolare, un fantasma che c’era e non c’era. Il battitore libero di quei sequel che non finiscono più, il prototipo della malvagità contro l’innocenza. Igor era la personificazione del macabro, della competizione usando la brutalità, dell’istinto omicida di fronte alle regole della legge. Cioè il simbolo vivente di un conflitto che troviamo puntualmente nelle pagine dei quotidiani, nei telegiornali, nei libri. Ma la sua resistenza lo faceva epico nella cifra della crudeltà e della spietatezza. Da ieri il nemico non c’è più, e probabilmente non ne avremmo altri così improvvisati ma scaltri fino a prendersi gioco delle forze dell’ordine che si sono dannate l’anima per consegnarlo alla giustizia. La paura dell’immaginario resterà, il demone Igor no: la minaccia è stata respinta. Forse adesso il fantasma diventerà un guerriero da fiction.

Alessandro Moscè

 

 

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