LA RIDISTRIBUZIONE EQUA DEL REDDITO

Da ragazzo leggevo Norberto Bobbio. Ricordo bene la sua convinzione sulla “società putrefatta” per cui la corruzione nasce dal bisogno dilagante, ingordo del denaro. Non ci sono solo i disoccupati. Partiamo da una condizione oggettiva: un paese sempre più povero non può non fare i conti con la sperequazione nel trattamento degli stipendi dei dipendenti, sia negli enti pubblici che privati. Una disuguaglianza che Paolo Volponi, grande narratore e senatore nelle file del Pci, aveva più volte rimarcato evidenziando il peso delle competenze, delle professionalità e delle capacità delle persone. Lavativi, insensibili, inesperti, accidiosi, ignavi sono dappertutto. La ridistribuzione equa del reddito non sarebbe la panacea di tutti i mali, ma senz’altro varrebbe un contributo essenziale per la ripresa. L’Italia non può essere misurata sulla finanza e sull’economia, con meri burocrati ed esecutori che svolgono mansioni fungibili e che accumulano insensate ricchezze. L’esito è un’incidenza sterile, svalorizzante le risorse del personale. Meno manager, meno amministratori e più fantasia, più cultura. Più lavoro dignitosamente riconosciuto. Meno cravatte dietro le scrivanie e più interazione tra settori, perché il piccolo che si ritiene grande (spesso senza neppure un titolo di studio) sia solo uno tra gli altri. Affinché questo succeda è necessaria un’armonia, una giustezza che si raggiunge in termini di guadagno. Anche la politica (intesa come vita della polis) ne è consapevole, ma cambiare la mentalità sarebbe come spostare un palazzo con le mani. Se togliessimo gli stipendi maggiorati, quanti ambirebbero a cariche di servizio per la comunità nei vari apparati del Parlamento, delle regioni, dei comuni, delle fondazioni? Soffrono le scuole, le università, i centri di ricerca. Soffre lo scienziato costretto ad emigrare: non ci sono soldi per la formazione. “Con il denaro è andata come con tutto il resto. Da utile mezzo è diventato fine, da servo si è fatto padrone, crediamo di maneggiarlo e invece ci manipola, crediamo di usarlo e invece ci usa, crediamo di muoverlo e invece ci fa muovere, anzi trottare, crediamo di possederlo e invece ci possiede”, scrive Massimo Fini nel saggio Lo sterco del demonio (Marsilio 2012). Questa tendenza a discapito della meritocrazia, come detto più volte, germina malcontento e inquietudine. In Italia sono 4,7 milioni le persone che vivono in povertà assoluta, il 165% in più rispetto al 2007. Emergono numeri molto allarmanti nel rapporto Censis sulla situazione del paese. Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità genera rancore, stando alle dichiarazioni dell’istituto. La paura è il nuovo fantasma in un quadro oscuro e perfettamente aderente a ciò che Pier Paolo Pasolini chiamava abiura, culminato con il fenomeno dell’emigrazione degli italiani in Svizzera e in Germania (eravamo nel 1974). Succede quando la condizione economica è l’unico principio di autorevolezza. La complessità dell’esistere è altro e vale un’idea, non una provocazione: ridistribuiamo, livelliamo il reddito prima di assegnare le cariche. A volte è necessario farsi corsari per non essere utopici o conniventi con il sistema che agogna. Le elezioni ci aspettano e l’astensionismo sogghigna, personificato dalla massa vertiginosamente declassata. Ci sono sindaci eletti con il 20% degli aventi diritto: ha un senso il loro insediamento? La limitatezza della storia attuale propaga ormai un modello di vita che ha fallito come le nostre industrie manifatturiere, come le nostre province, come le nostre città sempre meno abitate. Siamo senza appello. Liberi e miseri, direbbe Pasolini.

Alessandro Moscè

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