IL POPULISMO E LA SMOBILITAZIONE

Sono le parole, come sempre, che identificano atteggiamenti comuni, prese di posizione che risaltano specie nel livellamento orizzontale del web, in un’epoca che non si contraddistingue nel caos della piazza, nella rivendicazione dei diritti e nelle battaglie civili, politiche, parlamentari ed extraparlamentari. Si parla a profusione continua di populismo. Ma cosa intendiamo dire con questo termine? Demagogia, gesto che si traduce in consenso, idea che considera il popolo come depositario di una ragione, dell’ultima verità. Sta di fatto che il populismo di massa ha subito una deformazione. E’ sempre il popolo il destinatario, ma le critiche sono espresse liberamente dall’individuo, protagonista in proprio. Il ricettore di Facebook è il mattatore, l’interprete insindacabile. Si è sottratti all’unità della polis per esaltare l’io in pompa magna. Quasi che l’emancipazione della persona sia una conquista autorevole, qualunque cosa dica. Francesco Alberoni, sfiduciando questa tendenza, nel giugno 2006 scriveva sul “Corriere della Sera”: “Osservando i suoi tempi Marx pensava che l’anarchia capitalistica avrebbe portato al crollo del capitalismo. Heidegger che la tecnica avrebbe sostituito Dio. Ma il crollo del capitalismo non è avvenuto e Dio non è morto. Perché? Perché, oltre un certo grado di disordine, si mettono in moto delle forze solidaristiche, cioè i movimenti collettivi politici, religiosi, sindacali, nazionali che fanno nascere altre fedi, altri valori, altri miti. Ebbene di queste  forze, oggi in Europa operano solo quelle non solidaristiche”. Eppure non è sufficiente la spinta individuale per orientarsi e trovare un nesso tra l’uomo e gli altri. Il principio di autoaffermazione dei social sviluppa la smobilitazione da ogni mito, partito o movimento. Come a dire che ognuno di noi può realizzare il suo proposito. Nonostante le menate di Renzi alla Leopolda di Firenze e di Berlusconi al Teatro Flaiano di Roma, che ieri parlavano contemporaneamente, la resa ha preso campo. Fuori da ogni ufficialità, targa e contrassegno. Infatti il primo partito italiano è di gran lunga quello dell’astensionismo. Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, vede un mollare i pappafichi, l’assenza, in fondo, di controversie reali. Probabilmente ha ragione. Tutto dura solo una stagione per essere credibile, un tempo eccessivamente breve, spasmodico. La politica non ha ripreso mai il suo ruolo di guida. Nella percezione comune non risponde più alla salvaguardia del bene pubblico e dei nostri interessi. Resta un individualismo malato, un solipsismo che stringe la propria mano. Penso ad un romanzo di Ferruccio Parazzoli, Adesso viene la notte (Mondadori 2008), che fa da ponte, involontariamente, tra populismo e smobilitazione. In un immaginario incontro tra Paolo V e il filosofo francese Jean Guitton, quest’ultimo dice: “In fondo l’essere è ciò che non può mai essere annientato”. I social non erano ancora esplosi nella loro invadenza, ma Parazzoli scriveva: “Puoi anche essere un santo, come si dice dalle vostre parti, ma senza giornali, radio e tivù, non servirà a niente”. Adamo ed Eva sono lontani: è la vicinanza di Caino ad inquietare. Nella spaventosa scena del diavolo di Parazzoli che incontra il bene, c’è tutta la nostra estraneità, il nostro essere in deficit verso il vicino. Il populismo e la smobilitazione conducono alla morte dell’impegno pubblico e della vita di relazione, della compartecipazione emozionale, dell’apertura dialogica. Non è più il tempo dell’ascolto, ma del cosiddetto I celebrate my self, come dicono gli americani: un ripiegamento virtuale e narcisistico.

Alessandro Moscè

 

 

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