L’ALLUCINAZIONE DI CHARLES MANSON

E’ morto Charles Manson, colui che non si può definire con una formula unica e indefettibile. Colui che è stato uno sterminatore, un sanguinario, un guru, un nazista, un malato dagli occhi come quelli delle fiere, che imprimevano minaccia, ferocia. Aveva fondato una family, perché come spesso succede, il male genera il male, produce un fascino perverso nei seguaci altrettanto psicolabili, capaci di credere a Manson come all’incarnazione del maligno, a Satana. Probabilmente Manson lo è stato un demone, specie quando nel 1969 fece trucidare Sharon Tate, la moglie di Roman Polansky, e altri uomini e donne che si trovavano in quella maledetta villa. I suoi seguaci utilizzarono rivoltelle, coltelli e corde. Fu una vera e propria mattanza alla quale seguirono scritte oscene sui muri e sugli specchi utilizzando il sangue delle vittime. La California, che nel frattempo aveva respinto la legge sulla pena di morte, gli risparmiò la sedia elettrica. Fu un’allucinazione prodotta dall’uso delle droghe pesanti e da una mente disturbata a rendere Charles Manson tutto ciò che è stato. Figlio di nessuno, cresciuto lontano dalla madre, con un’infanzia difficile e un’adolescenza costellata di furti e altri reati. Sognava la musica e il cinema, il palcoscenico. Finì per adoperarsi nella distruzione brutale delle vite altrui. E’ un caso storico quello di Manson, perché gli attribuirono fascino, lo seguirono registi, attori, artisti, musicisti, giornalisti di tutto il mondo. La sua eco non si spense, neanche quando maldestramente si impresse una svastica sulla fronte. Demente, sfasato, incomprensibile, con un linguaggio falsamente profetico, rimane l’icona del male di un’epoca che gridava la rivoluzione, un esempio tra i peggiori dell’America della libertà. Ebbe un figlio che si è sempre dichiarato pacifista, seguace non del padre, ma di Ghandi (sarà vero?). Manson è marcito in galera, ma si resta allibiti nel leggere le opere che sono state scritte o realizzate su video riguardo  questo omino alto un metro e cinquanta che voleva difendere il caos, il delirante messaggio mal interpretato ed estrapolato da una canzone dei Beatles: helter skelter. Non era un motto con un retro pensiero, ma una profanazione  sovversiva. Qualcuno ha detto che Manson fosse ossessionato da una rivalsa che poteva trovare solo nella fama, quindi anche nell’ordinare omicidi per finire sulla stampa. Scrisse Oscar Wilde: “Tra l’uomo famoso e l’infame non c’è che un passo e forse anche meno d’un passo” (De Profundis, 1897). Manson rimane la sconfitta dell’America, di quella generazione perduta sotto gli effetti di sostanze stupefacenti che celebrava il buio infernale, lì dove dimora la morte dell’anima, come nella bellissima illustrazione di Gustave Doré nel Paradiso perduto di John Milton con la caduta di Lucifero che ci proietta un Manson qualunque che odia e non ama.

Alessandro Moscè

 

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