IL COLPO ADRENALINICO

L’Italia si riconosce nella nazionale di calcio e prova a salvarsi uscendo dalla palude melmosa. L’Italia che scivola, ma che non ci sta, che vuole rialzare la testa. L’Italia che non è più l’Italia di una volta, quella che solo undici anni fa divenne campione del mondo e che ha conquistato il titolo quattro volte. Il riflesso della squadra di calcio che oggi si gioca l’accesso ai mondiali, è lo stesso della precarietà di un paese che non è entrato con il piede giusto nelle sfide globali. Povero di risorse, in crisi economica, industriale ed occupazionale. Invaso dagli stranieri, come le formazioni di serie A. Un’Italia che non valorizza i suoi talenti i quali se ne vanno a giocare all’estero, come i tanti laureati in medicina e fisica, ricercatori che preferiscono i laboratori sperimentali di altri paese perché per la scienza, da noi, non ci sono fondi a disposizione. Le metafore del calcio, stavolta, coincidono con la realtà del belpaese che tiferà perché gli uomini di un commissario tecnico anonimo, Gian Piero Ventura, ce la facciano. Sarebbe come dire che ognuno di noi può riuscire, all’ultimo istante, a vincere la sua sfida personale. Il disoccupato, il laureato, il bidello che non arrivano a fine mese. O tutto o niente, dentro e fuori. Il dramma esalta la coscienza degli italiani: quando la terra scotta sotto i piedi, di solito succede che arriva quella spinta in più, il rovesciamento di fronte, la dimostrazione di un carattere ferreo tenuto nascosto. “Il calcio è un gioco, seppure mima la guerra. La civiltà dello spettatore è direttamente chiamata in causa, ed essa, bisogna dirlo, non è precisamente elevata in Italia”, diceva Gianni Brera, il più grande scrittore di football, nella Storia critica del calcio italiano (1975). Le similitudini ci sono. Se l’Italia migliore è quella dei volontari che accorrono quando c’è un’emergenza, una volta tanto è anche quella che trepida per le sorti degli azzurri. Un esempio di unità emotiva in un paese che si divide su tutto. Questa religione organizzata è il nostro biglietto da visita, ben più seducente di un dibattito di Renzi, Salvini,  Berlusconi, Grillo o D’Alema. Il calcio si gioca con la testa e non solo con i piedi. Quale testa dovranno avere i nostri giocatori? Fermezza e concentrazione sono sufficienti, come gli schemi e la tecnica. Oggi gli uomini di Ventura ci rappresentano. Il pallone rotola nel futuro, e la scaramanzia ci suggerisce che dallo stadio di San Siro scaturirà un riscatto oltre la partita in sé, o un affossamento definitivo tra i cadetti, tra chi conterà sempre meno e produrrà sempre meno. Non solo calcio, ma anche ricchezza. Marco Van Basten, celebre olandese del Milan, un attaccante di razza, una volta disse: “Sono un calciatore normale che ogni tanto fa cose eccezionali”. E’ questa la sfida che ci esalta: l’imprevedibilità del gioco, l’impresa della vita, il colpo eccezionale, adrenalinico, che cambia le carte in tavola.

Alessandro Moscè

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