LA POESIA E’ UN GOAL

Giorni fa mi ha interpellato una radio per parlare di calcio dopo il fatto delle figurine di Anne Frank con la maglia della Roma appiccicate nelle vetrate della curva sud allo stadio Olimpico. Mio malgrado ho ricostruito un nesso tra scrittura e atletismo, tra un campo erboso e un foglio bianco. Sono un tifoso, ma non uno scalmanato. Mai stato. Amo il calcio visto specie dall’angolazione antropologica, quella che fu di Gianni Brera, Antonio Ghirelli e Vladimiro Caminiti. Per me la maglia della Lazio è passione nostalgica, ricordo familiare, mito infantile (credo che lo stesso fu per Pasolini con il Bologna e per Sereni con l’Inter). Ebbene, in quella trasmissione c’entrava ben poca cosa il mestiere che svolgo, perché si parlava di esasperazione violenta nelle curve, di slogan fascisti e nazisti. Ad un certo punto il conduttore, con un tono rauco, mi ha chiesto: “Ma lei cosa intende per poesia?”. Una persona  ordinaria che non sa nulla di versi, che probabilmente non ha mai letto Penna, Gatto, Caproni, Raboni, poneva nel modo più giusto il quesito. Cosa intendo per poesia. Non che cosa si intende per poesia, ma che cosa ho da dire io, Alessandro Moscè. Voleva una mia definizione, che potrebbe essere completamente diversa da quella di un poeta della mia generazione: Rondoni, Riccardi, Zuccato, per citarne tre che stimo. Lo stadio, il pallone, la porta, il goal venivano retrocessi per far posto alla poesia, in una radio romana che si occupa dello sport più popolare al mondo e dalla quale nascono discussioni disordinate, triviali. La poesia è un linguaggio per dire amore, è la focalizzazione di un sentimento che non vediamo. E’ il mondo di cui non si parla mai a tavola, al bar, in uno spogliatoio. Ho detto questo. Il conduttore mi ha incalzato. “Potrebbe esserci un nesso con il calcio?”. Lo trovarono Saba, Pasolini, Sereni, Zeichen. Un gesto atletico può essere esteticamente un segno poetico, e penso a Maradona. Ma il calciatore è anche paragonabile al guerriero della Roma imperiale, e penso a Chinaglia. Può essere l’invincibile armigero, e penso a Ibrahimovic. Sì, un collegamento c’è. Sta nella rappresentazione pasoliniana del senso del sacro, nella bellezza che emana il volo di una rovesciata o la stoccata perfetta di testa, senza preavviso. Oppure nell’icona di chi si batte lancia in resta. Mi diceva Alberto Bevilacqua (che negli anni Novanta si occupava spesso del Parma dei miracoli di Zola e Scala),  poeta e narratore che ho  seguito e che mi ha incoraggiato a scrivere sin da ragazzo: “La poesia è la registrazione rapidissima della nostra esistenza. Cioè dice tutto”. Esiste quindi un mistero che conduce ad una “avventura in forma di versi”. A volte sorge spontaneamente e non lo riconosciamo. Lo sollecitiamo, ma potrebbe non soccorrerci. Come la giocata del calciatore arriva e non te l’aspetti. E’ una dotazione, un’offerta, un linguaggio dei muscoli e dei piedi sostituito da un’anima pensante, da una grazia conscia e inconscia. Si scrive per amore e per combattimento: è la definizione che ho utilizzato in questo sito con cui parlo ai  lettori. Non so quanti ne abbia, quanti leggano i mei articoli che spesso si concludono con la citazione di un grande autore che incorona la mia riflessione nata dalla cronaca e dall’attualità. La poesia si annida in ciò che succede intorno a noi, a Roma e a Fabriano, a Milano, in Cina, in Australia. La poesia è esserci, osservare, confessare, ridere, piangere. E’ far rivivere chi non c’è più. Un nonno, una ragazza, un tramonto. Quell’attimo acceso e poi spento. La poesia è un goal. Umberto Saba scrisse negli anni Trenta Cinque poesie per il gioco del calcio: “La sua gioia si fa una capriola / si fa baci che manda da lontano. / Della festa – egli dice – anch’io son parte”. Il calcio non è una curva eccitata, come la poesia non è una folla rumorosa. E’ amore e combattimento, dicevo. Dante, Petrarca e Leopardi ce lo hanno dimostrato magnificamente. Come Pelè, Maradona e Messi. I fuoriclasse vedono con lo spirito, direbbe Victor Hugo, “fiammeggiano sulla tenebrosa muraglia umana”.

Alessandro Moscè

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