COSA COSTAVA ELIMINARE LA MORTE?

Chi era Giovanni Cenacchi? Uno scrittore e uno scalatore, uno che si è ammalato di cancro ed è morto. Era giovane. Una storia, la sua, che lo ha portato a scrivere Cammino tra le ombre nel 2008 (edito da Mondadori), ora ripubblicato da Quodlibet. Questo diario è un pugno nello stomaco, di quelli sferrati mentre sei a riposo. “Io sono morto”, sentenzia Cenacchi. Altro gancio da buttare a terra: “La morte è la vergogna di Dio”. Quindi un’attenuazione alla rabbia: “Il conforto di pensare di avere un destino, non un futuro”. Su “Avvenire”, pochi giorni fa, Enzo Bianchi, il priore di Bose, e Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna, hanno commentato il libro, l’uomo, il dolore, il sogno e la malinconia di Giovanni Cenacchi. Sfida Dio e lo fa muso duro. “Sei morto per noi ma non hai abolito la morte. Che cosa ti costava eliminarla? Bastava che dicessi: muoio io per tutti e tutti sarebbero entrati nell’aldilà su una passerella d’oro”. Lo scrittore, infine, si addolcisce, ma lascia uno strappo i cui lembi non si possono ricucire. Lascia a mezz’aria la domanda che ha finito per porre dubbi anche ai grandi cristiani, a Carlo Maria Martini come a Teresa di Calcutta. Accostarsi a Cenacchi si rischia di stonare, ha detto Enzo Bianchi. Il non capire, il non sapere, il non spiegare razionalmente: la morte e la fede sono avversari tra le ombre. Ci si può accontentare della rassegnazione dopo aver sfidato Dio invano? Serve a qualcosa la dialettica? Perché non filtra una luce? E queste parole, possono essere ovviate, rivisitate, corrette? Cammino tra le ombre stona, appunto, disturba. “Morire è noiosissimo”, ammette Cenacchi. Confrontarsi con Dio è possibile, anche senza la grazia della fede. Sono queste le persone che hanno qualcosa di diverso da far sapere, perché in fondo il malato crede al punto tale da lamentarsi con il Padre. Non lo mette da parte, ma lo attacca, ci litiga. Daniel Pennac scrisse nel suo La fata carabina (Feltrinelli 2002): “Se Dio esiste, spero che abbia una scusa valida”. Siamo nella blasfemia concettuale, ma anche nel grande abbraccio. “Padre, perché mi hai abbandonato”, esclamò Gesù Cristo sulla croce. Giovanni Cenacchi odia la morte fino al punto di volerne sapere di più. Non se la prende con la creazione. E’ la limitatezza delle sue cognizioni che lo rende furibondo. Cosa costava eliminare la morte? Perché si muore? Quanti di noi lo pensano, in fondo, pur non stando male? La meditazione metafisica fa incazzare a volte, almeno finché ogni male non sarà curabile. “Ad un tratto il male è compiuto senza che sia successo niente”. Giovanni Cenacchi conserva l’arma dell’ironia, avverte l’Arcivescovo di Bologna. Ma non basta: da questa lettura ho l’impressione che chiunque esca desolato, sgomento. Mi soccorre l’ultimo romanzo di Giorgio Saviane, Voglio parlare con Dio (Mondadori 1996). Una sorta di epistemologia salvifica dove si immagina di cavalcare le galassie, di vagare gli spazi stellari, di percorrere i pianeti. “Dio è coraggioso per suggerire la spiritualità della materia”. Saviane era malato, ma reagiva in modo diverso rispetto a Cenocchio, perché “fare lo scrittore è un dono”. Permette di trovare una giustificazione a tutto, perfino di vedere il lato non peggiore dell’ictus da un letto d’ospedale.

Alessandro Moscè

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