LA POESIA CIVILE E L’IMPERATORE

La vita sociale e politica entra sempre meno nella letteratura. Finite le ideologie, la funzione stessa del poeta civile, se mai ci sia stata davvero, ha perso il suo smalto. Non saprei dire se sia un bene o un male, ma se la cronaca è ancora foriera di suggerimenti per alimentare la fantasia, un fatto come quello della Catalogna passerà certamente inosservato nelle pagine dei poeti e dei narratori, non solo in Spagna. Questa mattina salgono a 844 i feriti per le cariche della polizia, riferisce il governo catalano. Il ministero degli Interni  afferma che 33 sono gli agenti feriti, 19 tra le file della polizia, 14 della guardia civile. I giornali sono concentrati, in abbondanza, a commentare la violazione della democrazia, un voto illegale, la violenza delle forze dell’ordine, i subbugli della piazza, le resistenze armate. Ma tutto ciò contrasta con le ragioni altrettanto severe della letteratura. Lo dico nello stesso giorno in cui è morto Pierluigi Cappello, uno dei migliori poeti italiani, ancora giovane, che viveva su una sedia a rotelle. Era una promessa dell’atletica, ma un incidente con la motocicletta, a 16 anni, gli spezzò la colonna vertebrale. La lotta con il destino dell’uomo è cosa diversa da una lotta comune. Il mistero dell’esistenza, della morte, non ha nulla a che vedere con una guerriglia confinata in un punto geografico. Il poeta guarda più in alto. E di poeti civili che sappiano congiungere l’uno e l’altro sentore (privato e pubblico), non se ne vedono. Bertold Brecht e Pier Paolo Pasolini, viene da pensare: ma poi, quali hanno visitato il mondo guardandolo dal basso, prescindendo dalle ragioni definitive, da una visione laica o credente, da un Dio di fede o immaginifico, da un vortice oscuro, dal nulla, dalla natura matrigna di Leopardi? Forse proprio Pierluigi Cappello aveva tentato un compromesso nella sua raccolta poetica Mandate a dire all’imperatore (Crocetti 2010). Chi è quell’imperatore? Un sindaco, un governatore di regione, lo stesso Presidente del Consiglio? Oppure un uomo che esercita un dominio nell’Italia ferita, politicamente schizoide. La poesia del friulano Cappello non ha alcuna aspirazione civile, né tanto meno sociologica. Si tratta, viceversa, di versi che accomunano le cose che non si notano e gli stessi fondamenti della letteratura: vita, morte, dolore, redenzione, memoria. Perché, Cappello, come scriveva Eraldo Affinati nella post-fazione a quel libro, è un poeta nuovo che conosce e sa descrivere quella solitudine scalfita dalla debolissima luce del tremolante canzoniere amoroso, parafrasando un verso. Il poeta si rivolge ad un padre d’amore che non c’è più e ne sente lo stimolo al dialogo, più che la nostalgia di rivederlo, di abbracciarlo. La grazia della poesia è un dettato che fuoriesce dai canoni della società e si affida ad una timida speranza di riconciliazione per una voce lieve, ma profonda, incisiva. Il titolo stesso, Mandate a dire all’imperatore, non è altro che una provocazione, un’esortazione ad una condotta diversa, che sappia guardare al passato e non solo ad un eterno, fatuo presente, alla generazione dei padri e dei nonni, ad una determinazione del tempo degli affetti sedimentata nei sapori e negli odori, nelle cose per come le percepiamo personalmente e non per come accadono meccanicamente. La Catalogna è ben distante da questi presupposti che rimangono confinati nei giornali di tutto il mondo: un giorno, due giorni, tre giorni, un mese, aggiornamento dopo aggiornamento. La poesia e quell’implorazione all’imperatore valgono per sempre. “Scrivere come sai dimenticare, / scrivere e dimenticare. // Tenere un mondo intero sul palmo / e dopo soffiare”.

Alessandro Moscè

 

 

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