LA PAURA DELLA PAURA

“La paura che si genera nel «mio mondo» è sempre sine materia, fatta solo di fantasmi e di immagini, e non può mai essere difensiva perché non si può lottare contro se stessi. La paura diventa dunque un segnale di puro malessere, una campana che suona a martello e annuncia la propria morte”, scrive lo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo Le nostre paure (Rizzoli 2010). Un sentimento negativo può essere il giudice inflessibile, il condizionamento che forgia la personalità dell’individuo per sempre. L’uscita del romanzo di Simona Vinci dal titolo Parla, mia paura (Einaudi) mette in luce due aspetti dell’animo umano che la sociologia e la letteratura trattano poco: la paura e la paura della paura. Vale a dire quella sorta di evitamento fobico che colpisce migliaia di persone e che diventa un blocco insuperabile fino a condizionare anche i gesti più semplici. Paura di viaggiare, di volare, di attraversare una piazza, di mettersi in fila allo sportello, di frequentare i luoghi affollati. Paura di rimanere da soli, di non piacere, di ingrassare ecc. La chirurgia plastica, per molte donne, è stato un mezzo per non chiudersi in casa come fossero pensionate senza aspirazioni. In fondo, la paura è un deterrente al pericolo, ma la sfrontatezza, il suo esatto opposto, può essere micidiale. Come trovare un sano equilibrio? Simona Vinci ha avuto coraggio: non ha parlato degli altri, ma di sé, fino al pensiero consolatorio del suicidio durante le lunghe insonnie. La paura fa rima con l’infelicità, ma le parole, afferma la scrittrice, non tradiscono mai. L’ansia può essere perfino produttiva, quando non scantona in un sintomo paralizzante. Il dialogo per uscire dal male, per non lasciarsi sopraffare e per non farsi vincere dalla tentazione di cadere nel baratro, è il salvacondotto di molti. Esiste la stessa paura della novità, che non permette di esulare dai parametri consolidati. Alcune vite sono spezzate perché talmente abitudinarie da diventare ritualistiche, conformi a comportamenti ossessivi e reiterati nel tempo. Sono vite ignave, oziose. C’è anche una paura fondata, che è quella dell’ignoto. La paura della morte, sulla quale ci siamo soffermati spesso. Ma qui la parabola cambia, perché siamo di fronte ad uno stop oggettivo per tutti. Di là non si può andare e quindi ciò che non conosciamo ci spaventa. La paura e la morte sono sorelle. “Parlare di morte / è come parlare / di denaro – / noi non conosciamo / né il prezzo / né il valore”, sosteneva Charles Bukoswsky nella poesia contenuta in Strada del terrore (1968). L’ultimo appuntamento è sempre a scatola chiusa, per questo imprecisabile. Mistero o nulla? Gioia o abisso? Inconveniente o pienezza infinita?

Alessandro Moscè

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