DA OGGI L’OCCHIO NUDO VEDE LA PERFEZIONE DEL SASSOFERRATO

Una volta lo scrittore Roberto Pazzi (ospite domani a Sassoferrato) disse che la bellezza concessa in natura piove dove vuole, facilmente. E’ invece difficile ricrearla culturalmente con la parola, con l’arte pittorica, con un talento che guardi al rilievo, alla particolarità, esattamente come nelle opere di Giovanni Battista Salvi nella mostra che apre i battenti oggi, sabato 17 giugno, al Palazzo degli Scalzi di Sassoferrato. Il Sassoferrato, appunto, classicista, rinascimentale, raffaellesco, con la lucentezza delle vesti dove il colore sembra fotografico e sfavilla incantevolmente, ha una capacità esecutiva formidabile specie nella realizzazione di figure religiose, di carattere sacro, in particolare le Madonne. Un artista definito da Federico Zeri “senza tempo”. Allievo ma innovatore, in controtendenza rispetto ai suoi tempi, Il Sassoferrato è finalmente valorizzato nella sua città d’origine dopo quasi trent’anni dall’ultima monografica (il  paesaggio retrostante delle opere, verde e boschivo, è spesso quello di “casa sua”). Artista dei dettagli perfetti in cui la forma presagisce Raffaello, Caravaggio e Michelangelo, tutt’altro che manierista o barocco. Vedere le sue tele e i disegni provenienti dal Castello di Windsor per gentile concessione della Regina, conferisce l’idea dello svincolamento da ogni forma di dramma esistenziale, di malessere umano. Il Sassoferrato è forma intima, raccolta, discreta, pacificata. Molto curato il catalogo, in cui il responsabile del comitato di studi Stefano Papetti mette in risalto la biografia del Salvi, in gran parte sconosciuta, lontana dai clamori. Abitò a Roma, nel rione Monti, solitamente poco frequentato dagli artisti. Realizzò opere di piccole dimensioni, alle quali va però aggiunto il capolavoro pubblico più conosciuto, la pala della chiesa di Santa Sabina, di notevoli dimensioni. Oggi, uno sguardo più attento e analitico, pone il Sassoferrato tra i maggiori rappresentanti di arte devozionale non solo del 1600. Nella mostra, come suggerisce giustamente Franҫois Macé de Lépinay, presidente del comitato di studi, è rilevante il contributo offerto dai disegni (alcuni in carta tinta), pressoché ignorati fino al XX secolo, quando di essi incominciarono ad occuparsene Anthony Blunt ed Hereward Lester Cooke (ieri ci si è accorti che uno è realizzato su carta di Fabriano). Nel ricchissimo apparato bibliografico del catalogo, è di grande interesse un corposo intervento di Federico Zeri datato 1999, in cui il critico romano afferma: “Come chiamare piccolo un pittore come questo? Il Sassoferrato è un vero genio, è veramente il grande pittore dell’arte sacra del Cattolicesimo, dal Cinquecento ad oggi”. Zeri apre anche un interrogativo curioso: il Sassoferrato aveva dietro di sé i Domenicani?

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Alessandro Moscè

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