PICCOLA CITTA’

La città di piccole dimensioni, la frazione, il borgo, la contrada, il quartiere: tutto ciò che si rimpicciolisce di dimensione spaziale amplifica il chiacchiericcio, che prontamente si trasferisce sui social network e diventa presunzione, attacco, denigrazione di un ipotetico avversario, presente quanto invisibile. Una campagna elettorale, spesso, trasforma le persone da quiete ad aggressive, specie quelle che non hanno un ruolo, un posto in discussione o da conquistare ex novo. La politica non ci rende migliori, ma assolutamente “deteriorati” da una competizione peggiore di quella calcistica, volgare per antonomasia. Manlio Sgalambro, in Dell’indifferenza in materia di società, nel 1994 scriveva: “Nell’uomo politico si incarna lo stato medio di una società, i vizi, le mediocrità, i difetti, come se egli ne assorbisse i mali alla maniera dei vecchi stregoni che succhiano la ferita purulenta succhiandone anche il maleficio”. Risulta complesso uscire da una massa unificante e di false coscienze per estrapolare il meglio, un’idea, la fattibilità di un progetto. Tutto sembra condizionato da decisioni momentanee e fallaci. A livello nazionale un ministro parla di operazione elettorale da “serial killer”, l’altro risponde candidamente  che non gliene frega niente. Le fazioni si dividono su tutto e il livello del linguaggio è da alterco svilente. Molti rispolverano vecchi motti, altri scrivono sul già scritto, altri ancora utilizzano slogan compressi di parole prive di contenuto. La piccola città allarga il populismo e la demagogia, tanto che la “cosa pubblica” viene purtroppo considerata anche una cosa inutile. A Fabriano, dove vivo, lo scorso mandato elettorale è diventato sindaco l’esponente di centro-sinistra che ha ottenuto il 27% delle preferenze degli aventi diritto al voto. Il 47% della gente non si è recata a votare, cioè quasi un cittadino su due. Chi non partecipa alla competizione, né da protagonista, né da spettatore, sembra vincere. La piccola città è il luogo del gossip, dove, parafrasando Oscar Wilde, in molti preferiscono i fatti degli altri guardandoli dalla finestra di casa o occhieggiando dal personal computer. Tutto è riferito sussurrando o alludendo, per chi non si azzuffa. Una campagna elettorale esaspera la mediocrità, il malessere generale. Più di 5000 persone, a Fabriano, non lavorano. La disoccupazione dell’area dell’ex distretto industriale modello italiano, è lo specchio dell’Italia, dove si urla più su Facebook che faccia a faccia. Calmieriamo i toni, leggiamo i programmi, cerchiamo di capire cosa succederà nel futuro prossimo. Qualcuno si sdogana dalle ciarle e offre proposte per far sì che ci si riprenda dalla recessione economico-imprenditoriale. E’ necessario puntare su industria, terziario, turismo, agricoltura, patrimonio culturale. Bisogna collaborare di più con gli enti pubblici, intercettando i finanziamenti europei, statali e regionali, facendo valere gli accordi di programma in un sistema di rete sinergico. Saranno parole al vento, semplificatorie, improduttive? Come distinguere il vero dal falso, l’innovazione dal riciclaggio? Piccolo non è più bello, a quanto pare. La smart city, come va di moda definirla oggi, ha perso per sempre o può ancora rilanciarsi con interventi utili su scala ridotta? Niente si sa, tutto si immagina, asseriva Fernando Pessoa.

Alessandro Moscè

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