IL SAN VICINO DEL FAGGIO E DI NONNO ERNESTO

Racconto di primavera

A casa avevamo mangiato gli spaghetti con le vongole sui piatti azzurrati e con i disegni campestri che piacevano a nonno Ernesto, le sogliole con una spolverata di pepe e il fritto di calamari. Il sabato pomeriggio avevo seguito la preparazione del pranzo domenicale. Nonna Altera praticava un’incisione sotto la testa della sogliola, dalla parte dell’occhio, e la privava delle viscere. Quindi faceva un altro taglio alla base della coda, teneva la sogliola con una mano, e con l’altra, alzando la pelle tagliata, la strappava fino alla testa. Infine eliminava le lische e lavava il pesce sotto il getto dell’acqua fredda. L’indomani saremmo andati a fare un giro in montagna, disse mio padre mentre sorseggiava il Verdicchio di Matelica. Mio fratello ed io avevamo afferrato dal vassoio d’argento le uniche due meringhe alla panna che si scioglievano immediatamente in bocca. Scegliemmo un posto dove non eravamo mai stati. C’è un piccolo universo dal quale guardare il mondo senza limiti geografici, salendo dalle parti del San Vicino. Tra quei cieli di calce, quel mare di nuvole bianche che sprofonda e la terra scura che si distende tra gli avvallamenti, un infinito leopardiano si apre come un sentiero stretto di campagna in un vortice di domande, per “il viaggiatore residente”. Esistono luoghi sentimentali che trasmettono la solitudine, e basta un alito di vento. Ma sul San Vicino non senti la dispersione e lo stordimento. Sono questi gli angoli naturalistici dove interrogarsi annullando orari e impegni giornalieri. Puntando il cielo di fine stagione, sfilacciato o limpido, accecante di sole, la montagna curva appena spruzzata di neve o la foglia giallastra, torna in mente il dualismo corpo/tempo, la percezione di ogni finitudine umana, il senso della nascita e della morte: una curva e un cerchio che si chiudono, come la linea del San Vicino vista dal basso, che traccia la sua forma imponente e dolce. O il suo aspetto piramidale, se lo si guarda dal fabrianese e dal maceratese. Quelle linee sembrano la gobba di un cammello. Urlavo puntando il dito sul finestrino della Fiat 850 coupé rosso fuoco con la quale mio padre, fino a qualche anno prima, andava a Roma alzandosi ogni lunedì mattina alle quattro. Nell’aprile del 1977, sul San Vicino, c’eravamo saliti con i nonni materni. Le curve e i tornanti davano l’impressione di poter giungere in un posto sconosciuto, in un’America lontana e neppure segnalata sulla cartina appesa al muro della scuola. Nonno Ernesto fumava e abbassava gli occhi. L’azzurro bruciante del cielo e i riflessi di un sole esplosivo lo incuriosivano. Era chiuso dentro il suo impermeabile bianco e sembrava sognare come un poeta dell’est, dietro gli occhiali offuscati. Mio fratello indossava un berretto rosso con il cavallino rampante della Ferrari ricamato di nero. Ricordo nonna Altera con la pelliccia di volpe e mia madre con un maglione a girocollo color sabbia. L’aria restava viperina, pungente. Si vociferava a Canfaito che un faggio ultrasecolare con radici come mani scheletriche, di notte, emettesse uno strano ululato di lupo, che si animasse, elevandosi da terra e volando tra la vegetazione. Era una leggenda di paese nata negli anni Quaranta, quando i narratori orali sostituivano i mezzibusti della televisione, appena dopo la guerra. Vette, fossi e stradine bianche, sdrucciolevoli si alternavano ai lati, mentre passeggiavamo a piedi. Mio padre rimaneva zitto, e le onde della radio Marelli a pile gracchiavano i risultati della domenica di calcio. Nonno Ernesto si fermò e chinandosi raccolse un ramo ad arco, ricurvo, caduto dall’alto degli alberi intricati. Lo alzò come fosse un vessillo. I prati primaverili erano già verdi dentro i loro bacini, tra le orchidee gialle, i ranuncoli appena sbiaditi e le zone d’ombra procurate dalla dorsale del monte che sembrava intarsiato da un artigiano. Le nostre voci venivano soffocate, ovattate da uno spazio illimitato. Nonno Ernesto prese sottobraccio mia madre e alla radio, Enrico Ameri, segnalò il goal della Lazio ad inizio ripresa. Aveva segnato Bruno Giordano, l’erede di Giorgio Chinaglia, il mio idolo. Il nonno sorrise, mi accarezzò le guance. Ma quella domenica, per lui, non era come le altre. Il fascino del San Vicino aveva stravolto il rituale delle partite di serie A e il risultato del suo Bologna. Si sentiva diverso, svuotato, senza più tensioni. Ho capito che aveva ragione Wolfgang Goethe nel dire: “Un fatto della nostra vita ha valore non perché è vero, ma perché ha significato qualcosa”. Lo penso ora che sono tornato sugli stessi passi di allora, sulla stessa vallata. Sono passati più di trent’anni, ma il San Vicino è rimasto intatto, è lo stesso di sempre. Guardo in alto, punto il cielo liquido d’azzurro e immagino che nonno Ernesto sorrida, che sia lassù, da qualche parte. Forse in cima alla vetta con lo stesso ramo di quella volta. I suoi baffetti zuccherati si allungherebbero appena aperta la bocca, soffiando il fumo di un’ennesima Muratti. La visionarietà di un sogno ad occhi aperti mi ripropone la scena. E’ lui, inconfondibile, che si ritrarrà con le prime foschie del tramonto, quando la luce in cielo diventa annacquata. Tornare indietro, cosa nasconde questa utopia? Guardare di nascosto, sentire l’anima dilagare, come nell’aprile del 1977: di notte nonno Ernesto salirà a bordo del faggio di Canfaito, farà un giro per l’universo, arriverà in alto, fino a confondersi con la magnifica veduta, come un punto bianco nella galassia. La cinta dell’impermeabile segnerà la sua scia. Si fermerà sulla sommità della croce, che d’inverno si cristallizza rivestita di ghiaccio e d’estate sembra un paracadutista stilizzato. C’è una componente sacrale sul San Vicino, tra boschi e paesi compressi, come nei presepi. Aspetto un soffio d’aria più caldo, per ridestarmi, finché il compagno di via mi chiama e lo raggiungo. Il monte rimane la porta del mondo, del mio mondo infantile. Un ultimo sguardo, girandomi. L’immediatezza del paesaggio infonde il destino di una verità, tra ricordo e interrogativo. Cosa ci aspetterà quando passeremo dall’altra parte? Un meraviglioso giardino come quello che vedo scendendo dal San Vicino? Un eden fatato, dove è sempre festa? A questo pensava nonno Ernesto, a questo pensavo io, nell’aprile del 1977, senza saperlo. Fu la prima volta che mi colse un turbamento, tornando a casa.

Alessandro Moscè 

 

 

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