Q COME CULTURA

“Tempo di libri”, la nuova fiera dell’editoria italiana organizzata dalla Fabbrica del Libro, promossa da Aie, l’Associazione italiana editori e Fiera Milano, chiuderà i battenti domani. Una sfida fatta di parole, di volti, di letture, di novità, tra incontri voluti per lo più dalle grandi realtà editoriali italiane. Uno dei più interessanti ha visto protagonisti i direttori dei quattro quotidiani che hanno ideato un inserto culturale: “Tuttolibri” della “Stampa”, “La Domenica” del “Sole 24 Ore”, “Le Lettura” del “Corriere della Sera” e “Robinson” di “Repubblica”. Se in Italia si legge poco e sempre meno, la conversazione sui libri attira, come del resto i giornali con approfondimenti legati alla letteratura, all’arte e allo spettacolo. Ho estrapolato il resoconto dei giornalisti presenti, in parte ripreso anche da Simonetta Fiori su “Repubblica” del 22 aprile. Nell’epoca della tecnologia applicata all’informazione (e non alla conoscenza) la domanda del lettore, negli ultimi dieci anni, è profondamente cambiata. La cultura non spaventa più le masse, ma non si sente il bisogno di ascoltare lezioni, di rimanere spettatori passivi, di rivolgersi ad un pezzo da novanta per capire di più. Il lettore vuole sentirsi protagonista, sostiene Mario Calabresi, direttore di “Repubblica”. La conoscenza, dunque, viene soppiantata dall’esperienza diretta. Ecco spiegata la ragione per cui hanno successo i festival multidisciplinari e i recital teatrali. La complessità della cultura non lascia indifferenti, ma solo se c’è contaminazione tra persone ed eventi. La gente vuole parlare, non solo ascoltare. Vuole interagire, condividere. A tal proposito l’Università di Urbino, ad ottobre di quest’anno, proseguirà con il Festival del Giornalismo Culturale (quinta edizione). Nei precedenti appuntamenti è emerso che il giornalismo è cambiato moltissimo e che i media tradizionali si sono indeboliti. La rete è diventata un veicolo indispensabile perché ha generato nuovi attori, nuovi soggetti, nuovi modelli, in qualche caso efficaci ed economicamente sostenibili. In altri casi una piattaforma orizzontale ha reso molto meno autorevoli le fonti. Spesso la stessa brevità della notizia si scontra con un approfondimento tematico. Ma resta la necessità del confronto interattivo con l’utenza. E’ senz’altro questo il primo dato sul quale riflettere. Il giornalismo culturale può essere recuperato, ma senza l’attendibilità delle voci rimane lettera morta. Il pubblico chiede attenzione, ma non dimentichiamo che il nodo sulla cultura è il “culto maniacale e nevrotico della notizia”, come diceva Antonio Cederna. Non capita tutti i giorni che vengano ritrovati dei Van Gogh. Ritorniamo alla necessità della conoscenza, dell’approfondimento, della ricerca, dell’analisi. Il dibattito rimane aperto.

Alessandro Moscè

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