IL SASSOFERRATO, NOMEN OMEN

Abbiamo parlato, di recente, di bellezza, di opere d’arte, di gusto per tutto ciò che è espressione, nei secoli, di esposizione, conservazione e valorizzazione di un patrimonio culturale. Colpisce che ancora una volta, nelle Marche, sia un’iniziativa legata ad un pittore ad attirare l’attenzione. Dal 17 giugno al 5 novembre 2017, a Sassoferrato (Ancona), si terrà la mostra “La devota bellezza – Il Sassoferrato con i disegni delle Collezioni Reali Inglesi”, quest’ultimi gentilmente concessi dalla Regina d’Inghilterra. Per guadagnare il futuro si guarda al passato, ad una testimonianza storica, ad un valore aggiunto che coincide con il nome di una città, oltre che di un figlio illustre della sua terra (il genius loci). Eccezionale ritrattista, madonnaro per i più, ma non solo. Giovanni Battista Salvi è stato un meticoloso realizzatore di dipinti sacri che saranno esposti in un corpus di 60 opere presso il Palazzo Scalzi. Una via da seguire, specie di questi tempi, perché? Cosa ci trasmette e a cosa serve l’arte? E’ un atto supremo, per cui nella frenesia di oggi, dove la digitalizzazione, il marketing, i nuovi strumenti e gli incentivi tra produttore e consumatore condizionano l’uomo fino al punto che si parla di “intelligenza artificiale”, robotica, l’arte rappresenta un distillato che non cancella l’interiorità umana. Siamo fatti di anima, di coscienza, di cuore, di affetti. E l’interiorità, probabilmente, è l’unico aspetto che la tecnologia non potrà sostituire: cioè l’immateriale. L’arte ci fa camminare con lentezza, ci induce a riflettere, a fermarci. La bellezza che salverà il mondo è la provocazione di Fedor Dostoevskij, perché ci affascina, ci coinvolge. Il Sassoferrato lascia a bocca aperta per la perfezione del suo stile. Ma al di là della vista, percepiamo uno stupore, appunto un’anima. L’arte allena le funzioni cognitive, come tutto ciò che non rimane fuggevole. E’ un’esperienza di vita che si comunica, che si condivide (raramente andiamo a visitare una mostra da soli). E’ un punto di vista, e ognuno di noi ha bisogno di conservarne in abbondanza contro le forme più subdole di massificazione. E’ conoscenza, è studio. E’ creatività, qualcosa di impareggiabile e non scambiabile in tempo reale come un’informazione. Con la produzione pittorica del Sassoferrato entriamo nel convulso XVII secolo, nell’esercizio grafico e nel successivo passaggio: i fogli conservati presso la Royal Library del Castello di Windsor saranno infatti accompagnati da alcune tele, permettendo al visitatore di percepire il trait d’union fra lo studio iniziale e la realizzazione pittorica. Una rara occasione per puntualizzare gli stessi accostamenti con le opere di Raffaello e di Guido Reni, nonché il processo di decantazione in un mondo ideale, pervaso dalla bellezza e dal rigore morale del Classicismo. Una strada alternativa per quei tempi, rispetto al fragore del Barocco ed al crudo realismo caravaggesco, ma più sofisticata e spirituale.

Alessandro Moscè

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