DEREK WALCOTT E L’ECO DEL MARE

Derek Walcott, poeta e scrittore nativo dell’isola di Santa Lucia (nel 1992 insignito del Nobel per la Letteratura), è conosciuto per aver eletto la sua terra natale come habitat naturale di un’opera pregna di visionarietà e di rimandi escatologici, sorgente di vita nella consapevolezza, sofferta, di popoli, culture, storie. Per dirla con Iosif Brodskij “i suoi versi pulsanti e inesorabili sono arrivati nella lingua inglese come onde di marea, coagulandosi in un arcipelago di poesie senza il quale la mappa della letteratura moderna assomiglierebbe, di fatto, a una carta da parati”. Walcott (che ama molto la tradizione latina, classica, che adora Lucrezio e Dante) opta per una parola invocante, per una solenne simbologia che privilegia lo stupore della bellezza e il destino umano in un percorso da meandro dantesco, che si affaccia nell’aldilà attraverso la sabbia nera che costeggia il mare tra un’immensa varietà di piante e una curiosa fauna tropicale. Omeros (Adelphi 2003) racconta l’avventura di due pescatori, Ettore e Achille, innamorati della stessa donna, Elena, sensuale cameriera di un hotel di Santa Lucia, questa piccola isola sovrastata da due coni vulcanici, al centro del Mar dei Caraibi. In ogni verso si configura il profilo dei luoghi come delle specie animali e vegetali, lo sguardo di una memoria storica, un’offerta lirica nell’impersonalità dell’epica. Per un caraibico il tema chiave del sentimento risiede nella schiavitù degli avi. Walcott ha un volto africano, vicino e lontano, umanissimo e inquieto. Parafrasando dei versi, le cose che guarda non esplodono, sbiadiscono, svaniscono, come il sole dalla pelle, come la spuma dalla riva, come il lampo fulmineo d’amore che non finisce in un tuono. Il tono della poesia è di un esiliato, ma anche di chi ha ereditato la dura occupazione francese, spagnola, inglese. La condizione in cui Walcott dice di trovarsi è quella dell’innocenza, che non è naturalmente ignoranza. E dalla lettura dei fatti, dei processi storici e della meravigliosa natura, fiorisce la poesia. I suoi libri condensano forme, lezioni, esempi. Walcott abita il passato intrecciando una vocazione al senso del luogo, appunto storico e contemplativo insieme, che si salda nell’orizzontalità del mare caraibico, in una descrizione minuta, in un paesaggio familiare dove oggi arrivano due navi da crociera al giorno. Omeros è un poema dedicato specie al navigante nel mare che ha coraggio, forza, che tiene in pugno una sorte terrena e cosmica. L’eco viene dal sogno di un infinito, da una tregua, ma anche dal peso del dolore, dalla speranza di un equilibrio nei territori di casa perché rimanga il simbolo, finalmente, di una terra-madre che illumina le colline fortificate. Da Omeros: “Era questa la luce in cui Achille era più felice. Quando, / prima che le mani afferrassero le falche, stava per farsi / penetrare dall’immensità del mare, sentendo il giorno all’inizio”. E sarà la natura a sorreggere l’uomo: in riva al mare, tra i ligustri e gli aironi, tra l’azzurro intenso della piana d’acqua, nella rigenerazione di uno spazio, nel crocevia di un’esperienza sedimentata nel tempo, nella sintonia con l’universo più che con gli uomini, nel frammento di luce, nel clima secco originato da un sole avvolgente, da una vegetazione ospitale, a volte foresta, a volte giardino. Derek Walcott ha una sensibilità tattile che in Omeros si fa pastosa, concreta, fotografica. Un piccolo, grande mondo si schiude come i grandi occhi del poeta che guardano dappertutto, che ruotano, che slittano fino ad un’epoca mitologica ripensata per i nostri giorni in quasi ottomila versi, con metriche e rime, in inglese, detonanti e concitate.

Alessandro Moscè

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