IL CRIMINALE DELLA PORTA ACCANTO

La banalità del male rievoca l’Olocausto. Uccidere malvagiamente, insensatamente. Torturare senza pietà in un vero e proprio laboratorio di ferocia e nel delirio di presunzione della razza superiore, eletta. Uccidere come bere un caffè, cremare come incenerire le foglie autunnali. Il massacro degli internati nei campi di concentramento ha la stessa matrice, probabilmente, che ha animato gli amanti killer in corsia. Sono stati arrestati un anestesista e un’infermiera di Saronno con l’accusa di aver eliminato quattro pazienti, tra cui il marito di lei. Demoni della morte, infernali come Josef Mengele, il medico di Auschwitz che faceva esprimenti con le cavie umane. Un’onnipotenza che annienta e decide chi può vivere e chi può morire. Dalle intercettazioni dei due amanti emerge un dialogo molto simile a quelli che inscenavano i nazisti. “Mi sento un Dio”; “facciamo fuori la nonna”; “è talmente grassa che non piacerebbe neanche ai maiali”. Un cocktail di farmaci letali (pratica in uso anche nei lager) e la cremazione (come negli inceneritori approntati dagli stessi tedeschi). L’infermiera è stata capace di osare oltre ogni limite, plagiata dal suo amante: “Se vuoi uccido anche i miei bambini”. Quello che sconcerta è che dietro queste gesta si nascondono due persone che conducevano una vita normale, senza alcuna alienazione o alterazione dello stato psichico. Entrambi con ruoli sociali di rilievo: il medico salva le vite e l’infermiera si prodiga per i malati. Dunque la follia si annida dove non si vede. Mario Tobino, grande scrittore e psichiatra (il romanzo-saggio Gli ultimi giorni di Magliano, del 1982, suscitò una larga eco), diceva che i manicomi non erano luoghi di detenzione, ma di protezione. Si schierò contro la legge Basaglia perché la sua esperienza gli insegnava che i matti esistono e hanno atteggiamenti pericolosi. Il delirio paranoico di morte è subdolo quanto una passione amorosa e un sentimento di bene. La banalità del male non sempre è percettibile ad occhio nudo, tanto che proprio Tobino affermava che “la pazzia è come le termiti che si sono impadronite di un trave. Vi si poggia un piede e tutto frana. Follia maledetta, misteriosa natura”. Una natura che aliena all’improvviso, a cinquant’anni nel caso di Saronno, che non viene dalla ragione, dalla visionarietà, dal sogno, ma dal male fino a quel momento soffocato, dal sadismo represso, da una dissacrante fiamma. I mass media esaltano la notizia del criminale della porta accanto, del marito che uccide la moglie e non confessa, del figlio che lo protegge; del giovane che seduce la sua insegnante e l’ammazza; dell’uomo che spara al fidanzato della figlia, per sbaglio, e lo lascia morire. Anche questa vicenda dei due amanti appartiene alla vita spericolata alla quale ci stiamo abituando? Di questo passo, dove arriveremo? La follia abita nelle case di chiunque, in un grande manicomio senza porte sbarrate e inferriate, senza un evidente furore.

 Alessandro Moscè

manicomio

 

 

 

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