MA L’UGUAGLIANZA DOV’E’ FINITA?

La vera rivoluzione nasce dalle idee e sul piano del contenuto, da un capovolgimento della normalità oppressiva, della prassi consueta, da un contrasto al potere che determina una graduatoria di riconoscimento di questo e di quel soggetto. La rivoluzione altro non è che un ideale tramutato in azione. La Rivoluzione Francese sposò il motto liberté, égalité, fraternité. Si basava su una visione umanistica dotata di un innegabile buon senso, ma anche su un’impronta illuministica, da una voglia crescente di riforme, da un’incessante crisi economica e finanziaria che attraversava il Paese. La rivoluzione ideologica, in Italia, nel secondo Novecento, fu propugnata da chi pensava di poter cambiare il mondo (nel 1968) e successivamente dagli epigoni dei sessantottini (nel 1977). Fu un tentativo politico e culturale che non ebbe l’esito sperato e che deragliò spesso nella violenza gratuita. L’Italia, in questi giorni, si sta dividendo in due, tra chi è contro il referendum renziano e chi invece ritiene che sia arrivata l’ora, dopo settant’anni, di cambiare la Costituzione. La politica, ormai, si conferma autoaffermazione, esercizio di prepotenza, linguaggio smagato. Il contenuto viene assoggettato ad una verità urlata, ad una forma svilente. Tutto è mera propaganda, quindi guerriglia delle parole i cui effetti appaiono desolanti. L’Italia non è mai stato un paese riformista: ogni mutamento sociale e politico viene visto con diffidenza e inattendibilità. “Gli uomini non cambiano dall’oggi al domani, e cercano in ogni nuovo regime la continuazione dell’antico”, sosteneva Marcel Proust. Ma mentre una volta il cambiamento era legato ad uno stile, ora è concentrato sulle persone e sul loro apparire. Il referendum sul titolo V° della parte II° della Costituzione, in effetti, rappresenta il rovescio del suo significato intrinseco, un pro e un contro Renzi, Grillo, Salvini, Berlusconi. Quanti avranno letto il testo? Quanti lo avranno capito, assimilato? Quanti avranno chiesto interpretazioni, spiegazioni? E soprattutto, quanti italiani, domenica 4 dicembre, andranno a votare? Orgoglio e indisponenza sviluppano una prosopopea, tanto che i partiti politici e i movimenti sono ridotti a congetture fallaci. Nessuno crede più a nessuno. Dice bene lo psicoanalista Massimo Recalcati. La sconfitta è parte essenziale dell’agonismo, e solo attraverso il fallimento ci può essere una trasformazione. Il nostro tempo è dei corpi e dei pensieri costantemente in gara, perché viviamo nel tempo della competizione, innescando quello che Marcuse definì il principio di prestazione. Ci muoviamo nel regno della iocrazia dove il mondo entra in scena e si esibisce in uno spettacolo. Pertanto ciascuno è impegnato strenuamente nel suo atto di superbia per evitare il disorientamento e l’inciampo. Ed è per questo che l’esito del referendum comporterà un’amplificazione ben oltre la sua portata e il suo esito. In tale pretesto la vera rivoluzione starebbe nell’uguaglianza reclamata e mai attuata. La legge è uguale per tutti e le differenze per nascita o condizione sociale dovrebbero essere abolite. Ognuno avrebbe il dovere di contribuire alle spese dello Stato in proporzione a quanto possiede. Il principio teoricamente era già presente nel concetto di Stato di diritto. Ma dopo il referendum, ancora una volta, tutto verrà puntualmente rinnegato e camuffato.

Alessandro Moscè

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