IL ROBOT UMANOIDE DEI GIAPPONESI

I robot umanoidi giapponesi di Hiroshi Ishiguro sono copie quasi indistinguibili dagli esseri umani. Ishiguro, docente all’Università di Osaka, è noto in tutto il mondo per avere realizzato un clone di se stesso. La domanda che muove le sue realizzazioni parte da questo semplice presupposto: “Qual è l’essenza degli esseri umani?”. Avatar robotici che possano essere capaci, in futuro, di sostituirci. E non è un caso se l’elemento principale che distingue questi robot umanoidi da tutti gli altri sia proprio l’estrema somiglianza con noi umani, utilizzando il silicone al posto della pelle umana e i capelli stessi delle persone. L’androide, in altre parole, è il nostro sosia, è una proiezione di noi stessi, una bella copia. Si riapre la discussione sull’immortalità non dell’anima ma del corpo, sulla possibilità che il fisico non deperisca, che la vecchiaia non sopraggiunga e che la morte non sia la nostra più temuta antagonista. Replicare l’uomo significa non farlo decedere, in altri termini. O meglio, illudersi che questo esperimento scientifico ci consegni una specie di immortalità senza tempo. Ma resta insoluta una domanda: questi androidi avranno la stessa intelligenza dell’uomo? La stessa anima? Sapranno provare le stesse emozioni, o l’artificio renderà asettica la loro presenza? Sapranno essere sostitutivi o rimarranno mostri inquietanti? Saranno involucri e niente di più? E il nostro sosia, si comprerà? Sarà accessibile a chiunque? La letteratura si è spesso occupata del nostro simile. Scrive Thomas Bernhard nel suo La fornace (1970), estremizzando il concetto: “La cosiddetta convivenza ideale è una menzogna e non esiste. Nessuno ha il diritto di pretenderla. Contrarre un matrimonio, come stringere un’amicizia, vuol dire decidere di sopportare in piena consapevolezza una situazione di doppia disperazione e di doppio esilio, vuol dire passare dall’anti-inferno della solitudine all’inferno della vita in comune”. Lo scrittore, provocatoriamente, condanna la convivenza con un’altra persona. Quella solitudine e quella disperazione al fianco del nostro sosia in carne ed ossa, sarebbe la stessa cosa: una vita in comune con un gemello artificiale non ci renderebbe affatto migliori. Il doppio, in definitiva, è dentro di noi. Scorre come i fiumi carsici, sotterraneamente. E’ insito in tutto ciò che non diciamo, che non appare, che ci affligge, che ci angustia. L’ideazione di Hiroshi Ishiguro tende ad un infinito, come se si potesse ignorare la morte, distruggerla. Come se l’uomo potesse superare la natura, il destino, l’ultima impietosa condanna. L’umanoide giapponese non è altro che un fallace esempio di simulazione, di immortalità nell’esistenza terrena. Una volta, nei sogni, erano i giovani che immaginavano la loro immortalità mentre, al contempo, pensavano che non esistesse. La vita era solo il presente, il loro esserci sfrontato, sicuro, indifferente. Oggi non morire, equivarrebbe ad una gloria senza uguali. Ma non è riuscito a nessuno.

Alessandro Moscè

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