L’IBERNAZIONE PER NON MORIRE MAI

Un esempio senza precedenti è avvenuto questa settimana in Gran Bretagna. Si ritiene che all’incirca duecento persone abbiano finora fatto ricorso all’ibernazione, possibile solo in appositi centri che si trovano per lo più negli Stati Uniti. L’idea di morire e di risvegliarsi in futuro sembra fantascienza, qualcosa di irrealizzabile, tanto da aver ispirato lo stesso Don De Lillo con il suo Zero K, romanzo visionario da poco dato alle stampe (Einaudi 2016), sul tema estremo e universale di una nuova vita. La vicenda britannica è inedita perché ha richiesto la sentenza nientemeno che di un magistrato. Il padre di una ragazzina malata terminale di cancro si opponeva, affermando che nell’ipotesi di potersi risvegliare tra due secoli, sua figlia si sarebbe trovata sola, minorenne, senza conoscere nessuno e probabilmente senza neppure ricordare nulla. La madre, viceversa, intendeva assecondarla. La lettera della ragazzina è davvero commovente, spietata: “Mi è stato chiesto di spiegare perché voglio fare questa cosa. Ho soltanto quattordici anni e non voglio morire, ma sto per morire. Penso che venire crioconservata mi dia la possibilità di essere curata e di svegliarmi, anche se tra centinaia di anni. Non voglio essere sepolta sotto terra. Voglio vivere il più a lungo possibile e penso che in futuro potranno trovare una cura per il mio cancro e risvegliarmi. Voglio avere questa possibilità. Questo è il mio desiderio”. Il giudice le ha dato ragione e ha disposto l’ibernazione. Mi viene in mente Jack London e un bellissimo libro di racconti, Le mille e una morte (uscito postumo nel 1918). La paura della morte può portare a gesti del tutto imprevedibili, ma non insensati. La mappa segreta dello scrittore è la risposta irrazionale dell’uomo ai suoi fantasmi, ai suoi mostri: la natura primitiva; il conflitto tra gli istinti e la ragione; una morte violenta; un destino incalcolabile; un dopo. La ragazzina, nella realtà, ha superato il presente, che non le dà scampo, per cercare nient’altro che un futuro, il suo futuro. Un gesto temerario, coraggioso. Un gesto da adulti, dove l’incoscienza sembra una paradosso, come affidarsi alla scienza, o meglio all’inconsapevolezza, alla probabilità. Il vortice della morte non viene allontanato, ma alleviato. La ragazzina non crede nella resurrezione, ma nella rinascita. Non nell’immortalità dell’anima, ma nella ripresa della carne. E’ un corpo che non si arrende. Sarà possibile nascere due volte? E l’uomo, in questo caso, si sostituirà a Dio? Lo accantonerà brutalmente? Sono comprensibili le parole del padre: tra centinaia di anni, che vita potrà avere questa bambina, qualora rinascesse? Che è come dire: nell’aldilà come saremo fatti? Ci riconosceremo? Parleremo? Avremo fattezze fisiche? Emil Cioran disse: “Noi non corriamo verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante”. La giovanissima britannica sembra pensarla esattamente all’opposto. Vuole quel futuro negato, vuole rivivere il primo istante. E’ la luce che non dimentica.

Alessandro Moscè

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