L’ETA’ BIANCA: IL ROMANZO DI UN POETA

da www.letteratitudinenews.wordpress.com, 8 novembre 2016

Bianca è l’età adolescente, più che un attributo, un nome, un nome di donna, la stagione breve che allunga le sue ali sul tempo che segue. Per il marchigiano Alessandro Moscè, poeta, saggista, narratore di atmosfere liriche, di trascinanti visioni e disincantati risvegli, essa non è tanto l’età leopardiana del “tempo che precede”, del sogno, della rêverie, quanto l’ora che ci abita, “ci colma della sua durata/minuto per minuto/forte, non certo ignara”. Forse in questo verso di Mario Luzi, figura archetipica di poesia e di sapienza esistenziale, citato dall’autore nel racconto del suo incontro col poeta, è possibile rinvenire il senso di una educazione sentimentale che iniziata con Il talento della malattia, suo primo romanzo, del 2012, prosegue  nel secondo, L’età bianca, del 2016 (Avagliano Editore, pag. 228,  € 15,00). Un’età che ha fattezze di donna, Elena, l’amore adolescente vissuto e inseguito sino agli anni  adulti come l’ombra di un sogno, fino a diventare la personificazione di quel tempo irrisolto, che è stato per Alessandro, l’adolescenza.  Bianca, non  nel senso di pura, inconsapevole, innocente; bianca  come una pagina  non scritta, spazio vuoto d’incompiutezza e possibilità.  Per Alessandro Moscè  l’età bianca è  topos di attesa, di vigilia, di iniziazione alla vita nella sua non aurea mediocritas. La malattia che lo ha colpito ignaro, una malattia che non perdona, che non consente illusioni, sul finire della fanciullezza, lo ha isolato e preservato  in una dimensione temporale sospesa, dilatata, incompiuta. La morte per un bambino di dieci anni non ha contenuti di realtà, pur nella sua ferocia. È questo restare ignari, questo non sentirla come castigo o colpa, che lo ha guarito, di una miracolosa guarigione. Solo parecchi anni dopo, ormai adolescente, Alessandro realizza  come marchio d’eccezione, una sorta di talento,  la malattia che lo ha bloccato in uno  stato edenico di beata innocenza,  tutelandolo dalla solitudine che afferra gli adolescenti con la forza  del garbino, il vento che viene dal nord, e che “dicono faccia cambiare l’umore dei marinai, per questo lo chiamano il vento folle”. Anche il suo male è stato un vento folle che, una volta cessato,  lo ha riconsegnato a se stesso, un sé estraneo,  che ha dovuto  imparare  a vivere in situazioni di normalità. Nel suo vuoto abitato di sogni persi, il mito di Chinaglia, l’attaccante della  Lazio che aveva con le sue mirabolanti imprese compensato in qualche modo la perdita, era morto con il campione. L’unico appiglio alla realtà, per quanto aleatoria, come negli innamoramenti, è rappresentato dalla presenza-assenza di Elena. E quando, ormai adulto, si spinge a vivere l’amore  sognato, a dare corpo al fantasma di Elena in una relazione che non esclude l’eros, diventa impellente il bisogno di fare i conti con la malattia, di sfidarla in un corpo a corpo, senza alcuna concessione agli abbandoni  della cura.  Ritorna nei luoghi, l’Istituto Rizzoli di Bologna, della sua degenza di ragazzino, dove i bambini morivano a mucchi come le mosche in autunno. In pagine di forte impatto emotivo e di straordinaria letteratura, descrive la rabbia, l’orrore che lo travolge, lo schianta, gli fa sentire in tutta la sua iniquità l’assurdo del  male che si abbatteva senza misericordia su quei teneri corpi,  li storpiava, li deformava, per poi strapparli alla vita.  La sua personale vicenda diventa paradigma della  sofferenza del vivere col fiato della morte sul collo, in uno spirito di coralità e compartecipazione al dolore universale. Elena, che lo ha accompagnato in questo suo viaggio al termine della notte, lo lascia ormai fuori dell’Ade; una Beatrice che ha compiuto la sua missione. Fanno da sfondo a questa storia umanissima, e ai grandi temi che solleva:  l’amore, la morte, il dolore dei fanciulli, e viene in mente  Fëdor Dostoevskij con la sua invocazione accorata, “Dio, perché i bambini piangono”,  gli eventi collettivi della storia dagli anni Ottanta ai nostri giorni, così come si svolgono tra le quinte di una cittadina di provincia, Fabriano, con un carico di passato che pesa e una modernità che stenta a decollare. Tutto un mondo semplice, gentile che convive con i demoni di un progresso senza radici, evocato con animo e sensibilità di poeta in certi suoi mattocchi, eccentrici marginali, cuori semplici come Pierino, abbandonato dalla madre perché diverso, che si arrangia a vivere in una casa di riposo  prendendosi cura dei suoi ospiti, o Adele che sopravvive  in un mucchietto di menzogne diventate ricordi, della sua giovinezza sciupata in chimeriche fughe: l’infatuazione per il duce, il rimpianto di non aver mai ricevuto uno sguardo da lui, l’illusione mai smentita, come non si smentiscono i sogni impossibili, che il duce avrebbe potuto amarla.  E suor Melania, maestra di vita, che abbandona la scuola per prendersi cura delle ragazze madri e dei loro figli. Il  romanzo di un poeta, questo di Alessandro Moscè, che anche quando racconta senza sconti e con una puntualità disarmante le durezze del vivere,  non  ne intacca  l’enigma, non dissolve quell’aura di mistero che avvolge l’indecifrabile  della condizione umana.

Anna Vasta

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