DONALD TRUMP: LA VOLGARITA’, LA NAUSEA E L’IRONIA

Negli Stati Uniti ha trionfato Donald Trump perché si è posto contro il potere precostituito, quello delle banche e della finanza nel quale orbita la ex first lady Ilary Clinton, uno degli avvocati più pagati d’America. E’ anche il potere del politicamente corretto, dei giornali, degli intellettuali, dei personaggi pubblici noti, apparentemente influenti, che si sono esposti. Il potere di chi non protesta ma gestisce i bisogni di una classe dirigente, il potere di un’ideologia consumistica all’insegna del possesso e del privilegio. Trump è un personaggio pittoresco, volgare, ma efficace. Parla alla pancia della gente e conosce le aspettative del suo popolo, perché la materia economica lo pone a contatto con chi lotta per la sopravvivenza e non arriva alla fine del mese. Ha semplicemente meglio interpretato la richiesta proveniente dal basso. I comportamenti personali non influenzano il voto: omofobia e paranoia erotica sono stati considerati elementi del tutto vani. Se per molti Trump è un buzzurro incapace, evidentemente non lo è per la maggioranza degli americani, che vedono peggio i “barbari in abito da sera” che non i presunti cafoni. E ancora una volta è stata sconfessata quella superiorità antropologica della sinistra che non è mai esistita se non nel pensiero integralista di qualche frangia. Il politicamente scorretto spiega il disagio e spiega anche che la gente lo manifesta non apertamente, ma al momento opportuno, cioè votando. I sondaggisti sbagliano e chi dovrebbe soccombere ce la fa. Vince l’anticonformista, l’antidiplomatico, il ribelle. Seguendo la campagna elettorale e l’esito imprevisto, ho pensato ad un grande romanzo di Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira (1994), in cui un moto di ribellione interiore si fa strada nel personaggio principale del libro, un giornalista della pagina culturale del quotidiano il “Lisboa”. Siamo nel 1938 e in Portogallo avanza il movimento nazionalista e filofascista di Salazar. Un uomo controllato, mite e riservato, non crede più in nulla che appartenga al passato e al presente (se non al ritratto della moglie con il quale parla ogni sera). Ha bisogno di pentirsi, di rinnegare qualcosa, nonostante l’apparenza. Un medico gli spiega: “Abbiamo varie anime dentro di noi, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone”. Ma può succedere che la norma venga ribaltata, che sorga un altro io che spodesta l’io egemone e ne prende il posto, “passando a dirigere la corte delle anime per un attacco diretto o una paziente erosione”. Credo che agli americani sia successo quello che Antonio Tabucchi spiega nel suo capolavoro. L’attesa è stata foriera di un cambiamento che è venuto in superficie, che è maturato lentamente, fino a diventare un tormento. E’ stata sconfessata la logica della verità velata, nascosta, detta e non detta. E’ stato annientato il già previsto degli opinionisti saccenti, la volontà di rimanere routinari, dalla parte di una casta. I panni della compostezza non piacciono più quando avanza inesorabile la crisi. E in fondo l’uomo che manifesta sfacciatamente il piacere di amare l’altro sesso non solo non fa più scandalo, ma provoca ironia. La volgarità non fa crescere la nausea, ma, appunto, l’ironia. E si sa che l’ironia è un’arma elettorale seducente. Donald Trump è dozzinale, eccessivo, ma ha la corona in testa. E dall’altro ieri è una corona non di soli capelli.

Alessandro Moscè

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