LA CULLA DELL’OCCIDENTE

Il più grande antropologo al mondo, il francese Marc Augé, ha dichiarato ieri che le zone colpite dal terribile sisma di questi giorni, sono la culla dell’Occidente. Perché in queste terre è nata una civiltà protrattasi per millenni, non nei centri più noti, nelle grandi città di oggi. Borghi dall’identità dura come la pietra, mantenuta inalterata nel tempo, lontana da quell’imbarbarimento del consumismo al quale faceva riferimento Pier Paolo Pasolini come vera forma di stereotipia unificante, sia da quel turismo di massa alla ricerca della metropoli o del divertimentificio. Ripartiamo proprio da Marc Augé. Un mondo garbato è l’antidoto alle povertà, alla migrazione, ai comportamenti ostili. I paesaggi del mondo attuale, ossia di un mondo segnato dall’accelerazione del tempo, dal restringimento del pianeta e dall’individualizzazione dei percorsi, sono per lo più paesaggi urbani o in via di urbanizzazione. Ma la città del Duemila è assai diversa da quella di ieri: salta oltre i muri, passa ogni confine e si estende con i suoi tentacoli lungo i fiumi, le coste e le vie di comunicazione, fino a fondersi e a diventare tutt’uno con le città vicine. Quel che è certo è che percepiamo ogni giorno di più un rapido mutamento di cui gli schermi del computer sono l’indice e l’acceleratore. Ed è in questo nuovo spazio-tempo che le generazioni più giovani sono chiamate a costruire i propri riferimenti e il proprio orizzonte esistenziale evitando di sprofondare in una solitudine generata dalla virtualità. In un’intervista apparsa su “MicroMega” nel marzo 2012, Marc Augé afferma: “Effettivamente noi viviamo in una sorta di ipertrofia del presente. Che è amplificata dai media, vecchi e nuovi. In un certo senso il nostro tempo non è più lineare ma circolare. Come quello delle società primitive, come quello del mondo contadino. Fondati sull’alternanza delle stagioni. E anche noi, del resto, viviamo di stagioni: sportive, scolastiche, politiche”. Siamo prigionieri di un eterno ritorno scandito da una comunicazione fallace, purtroppo senza più conoscenza. Ritornano i nonluoghi: spazi tristemente costruiti per un fine ben specifico, solitamente di trasporto, di transito, di commercio. Luoghi che non riconosciamo neppure fisicamente, che attraversiamo di corsa per ritornare davanti ad un computer, senza più passeggiare, né conversare. Ecco che la funzione dei borghi distrutti dal terremoto ci appare necessaria e che la tristezza per ciò che sta succedendo è ancora più forte. La culla dell’Occidente trema e cade, e quella pietra forte si sbriciola sotto i colpi violenti della natura. Nel terzo millennio anche il locale va ripensato. Marc Augé, nonostante le illusioni diffuse dalla tecnologia, elemento considerato sostitutivo, afferma che non si potrà mai eliminare il concetto di spazio, ma eventualmente ridurlo. Va recuperato il senso di centralità, specie cittadina, dove la quotidianità pulsa, dove è una consuetudine ritrovarsi. Ecco perché quei borghi vanno ricostruiti il più in fretta possibile: da Castelluccio di Norcia a Ussita, a Visso fino a Camerino, sede di una prestigiosa università. E’ necessario che i borghi non vengano abbandonati per sempre dalle popolazioni, ma che i rituali degli abitanti proseguano nel segno di un passato che ha ancora futuro, che non si sradica. Ed è comprensibile che la gente non se ne voglia andare negli alberghi della costa. Un segno in più di attaccamento alle radici, alla propria culla e a quella dell’Occidente. Anche sotto una tenda.

Alessandro Moscè

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