L’ALDILA’ DANTESCO DI FEDERICO FELLINI

Federico Fellini ha immaginato il purgatorio, l’aldilà, la morte nella morte. Lo ha fatto con una visione e una scrittura fantasmatiche e spericolate, che dalla terra salgono prepotentemente in cielo, dove non succede nulla di straordinario, ma tutto prosegue sempre uguale. Il viaggio di G. Mastorna (Quodlibet 2009) è una sceneggiatura per un film mai realizzato, trasformato in un vero e proprio romanzo d’avventura. Fellini, per tutta la vita, ha inseguito un’ossessione: fare come Dante Alighieri. E’ il film più famoso della storia del cinema italiano, ma non fatto, come sottolinea Vincenzo Mollica nella prefazione. Se ne parlò a partire dal 1965, da quando questa sceneggiatura fu ultimata in una villa di Fregene, dove Fellini soggiornava per scrivere il suo soggetto preferito. E in una lettera a Dino De Laurentiis, il produttore con il quale il maestro riminese ha avuto un rapporto controverso, sospettoso, diffidente, si confessa per dimostrare che la vita e la morte si somigliano. Disse Fellini, come riporta Mollica: “Se per cortesia, per stanchezza, per amicizia, o per vanità mi mettessi a chiacchierare sul Mastorna, e dicessi che ancora una volta è un viaggio, immaginario, sognato, un viaggio nella memoria, nel rimosso, in un labirinto che ha un’infinità di uscite, ma solo un ingresso e quindi il problema non è uscire ma entrare e spudoratamente continuassi a snocciolare definizioni e proverbi, non credo riuscirei a suggerire il senso del film, che io per primo non so cos’è”. Giuseppe Mastorna, musicista, precipita a bordo di un aereo di linea che vola ad alta quota. Ma non si accorge di morire, anzi è convinto di essere scampato alla morte atterrando in un campo di evenienza. Il protagonista si trova nell’aldilà, dove tutto è brusio e frastuono, rimbombo e caos. L’aldilà si rivela una grande stazione sotto l’immensa volta fumosa di treni che partono e arrivano. Le città di destinazione sono incomprensibili, come ogni indicazione nei cartelli, come ogni dialogo telefonico o dietro il banco di un bar. Il viaggio ultraterreno è anche un alternarsi di sorprese. Un coro sacro di mille voci, un solenne corteo di ecclesiastici, con night e terrazzi come nelle metropoli del divertimento. L’unica consolazione, per chi ha capito di essere morto, è che non si può più morire. Mastorna non accetta la sua fine, un mondo dove tutto è incomprensibile e strano, dove tutto è peggio di prima. Insomma, una ridicola pagliacciata che fa rimpiangere il passato. Deve pur esserci qualcosa di diverso: ma cosa? E come ripartire? Per dove? Offrire le proprie generalità, la propria identità per un atteso lasciapassare: tutti ci provano, in pochi ci riescono. Molti stralunati accompagnano Giuseppe Mastorna nelle sue camminate, compresi i morti che escono dalle cappelline per ricevere le visite dei parenti. Alcuni sono diventati un mucchio di ossa tarlate, altri polvere. Tornano il padre, la madre, i parenti, ma per salvarsi dalle presenze ossessionanti della terra bisogna scordare tutto, mandare in fiamme il ricordo. Mastorna, finalmente smemorato e quindi depurato, può partire, andarsene con un aereo antiquato. Finisce in una valle di montagna dove tira vento e fa freddo. Scrive Federico Fellini nelle ultime pagine della sua narrazione: “In fondo al declivio erboso si intravede una baracca di legno che ha sotto al tetto la scritta dogana”. Il cielo è chiuso, vuoto, senza colore, immenso e impenetrabile. Un cielo senza profondità e senza altezza, un infinito lenzuolo. La sceneggiatura si conclude con una grande orchestra che suona e con Mastorna che impugna il suo violoncello. Il sogno di Fellini si arresta con un motivo ampio e solenne, disperato. Ha ragione Ermanno Cavazzoni, che ha curato l’introduzione: nell’aldilà ci viviamo già, in preda ad ogni pena e ad ogni paradiso. La porta d’uscita è sempre una via purgatoriale in una via precaria, nel malessere dell’indecisione.

Alessandro Moscè

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