LA RIFORMA COSTITUZIONALE E IL LINGUAGGIO

I giuristi non si lasciano capire. Il loro linguaggio è spesso specialistico, tecnico oltre il limite consentito, per cui la gente comune rimane interdetta dinanzi a testi di legge che sono lettera bruciata. Da studente di Giurisprudenza ricordo le noiosissime lezioni di insegnanti che si dimenavano a spiegare la dottrina, le posizioni divergenti sugli istituti di diritto privato. Erano monologhi completamente inutili ai fini dell’apprendimento di un concetto perché avesse una sua ragione plausibile e una sua altrettanto diretta applicazione. In questi giorni si discute sul referendum costituzionale del 4 dicembre, sulla lettura dell’articolo 70 così come si vorrebbe riformato o meno. Vorrei ricordare che la Costituente, prima di approvare il testo, lo diede in mano a dei letterati per renderlo più semplice e chiaro possibile. L’attuale testo della riforma Renzi-Boschi ha articoli di oltre 300 e 400 parole. In un caso si è passati da 9 parole a 439, e il punto arriva dopo oltre 170 vocaboli. Ho provato a leggerlo. Ammetto che nonostante il sottoscritto sia iscritto all’ordine degli avvocati, tutto mi è parso oscuro, non intercettabile, senza alcuna essenzialità e senza che si possa tirare la somma in sintesi, punto per punto. Votare qualcosa che non è affatto trasparente è l’ennesima provocazione nei confronti della gente chiamata alle urne. Digerire l’articolo, nella forma, appare improbabile, per cui anche la sostanza risulta penalizzata. Il premier Matteo Renzi, che parla un linguaggio sciolto e subitaneo, non si è accorto che la riforma non gli dà un aiuto. Si torna alla voragine delle parole astruse dei giuristi come negli anni Ottanta. Ma la lingua ha ancora un prezzo, in un’Italia globalizzata per cui chi non parla e non scrive l’inglese sarebbe tagliato fuori come cittadino del mondo. E chi non tutela l’italiano, come andrebbe definito? Gianrico Carofiglio afferma che il linguaggio “è lo strumento attraverso il quale i giuristi poco consapevoli della responsabilità democratica del loro lavoro, o troppo consapevoli del loro potere e dell’aspirazione a conservarlo, s’identificano in casta”. Italo Calvino disse che il linguaggio viene sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e che ne provava un fastidio intollerabile. Non credeva che questa sua reazione corrispondesse ad un’intolleranza per il prossimo. “Il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto”. La riforma dell’articolo 70 contraddice ogni “regola di soddisfazione”, stando alla considerazione di Calvino. Ma contraddice anche la grammatica, l’italiano come lingua madre. Il linguaggio è morto non solo perché lo riduciamo a parole da short message sui social network, ma anche perché c’è chi lo aggroviglia come i fili di un gomitolo. Rischia di non essere più una forma della ragione umana, una logica conseguenza del diritto di manifestare un pensiero perché venga accolto. Esiste anche un’altra forma della scrittura, meno nota ma ugualmente pericolosa: la sua ambiguità spiazzante che non rappresenta alcun bene.

Alessandro Moscè

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