IL VENEZUELA DI ERIKA REGINATO VIOLA OGNI DIRITTO UMANO

La poetessa e traduttrice venezuelana Erika Reginato nel 2010 ha ottenuto una borsa di studio dall’istituto italiano di Caracas per approfondire la sua ricerca sulla poesia italiana contemporanea a Bologna. Ha contribuito notevolmente alla realizzazione sella Settimana internazionale della poesia in Venezuela, al fianco di Milo De Angelis e Davide Rondoni. Ora mi informa che il suo paese è vittima di una dittatura, se è vero che la massima espressione democratica, il parlamento eletto dal popolo, è stato ridotto al silenzio. Mi parla di un prigioniero politico, Leopoldo Lopez, forse il più conosciuto, perseguitato come molti altri dalla violenza del regime di Nicolás Maduro. Più di cento paesi hanno firmato un appello per la sua liberazione, ma il governo militare non ha finora prestato alcuna attenzione. Le stesse leggi sono state annullate e la situazione attuale dimostra come la politica sia intenzionata a dar vita ad organizzazioni popolari nominate dal regime. Ex presidenti sono andati a Caracas per fare visita a Leopoldo Lopez, ma è stato loro impedito. Tra gli arrestati ci sono scrittori e studenti, umanisti, uomini e donne di scienza. Insomma, siamo di fronte alla violazione dei diritti umani elementari. La disperazione di Erika Reginato per la sua terra, per i suoi concittadini, non ferma la sua attività di traduzione di opere dal venezuelano all’italiano. Eppure l’eco della vicenda di questo grande paese, nei giornali di casa nostra, è messa poco in evidenza. Ufficialmente si viene a sapere, consultando l’enciclopedia Wikipedia, che “sotto il governo di Maduro sono emersi gravi problemi economici che hanno portato a razionamenti e scarsità anche di generi di prima necessità. La situazione economica, unita ad accuse di corruzione e cattiva gestione del governo del paese, ha portato a forti proteste popolari nella seconda metà del 2013. Le proteste, che hanno causato diverse vittime, proseguono tuttora”. Forse è proprio attraverso la lettura dei libri di autori che vivono in uno stato di costrizione e che respirano un’atmosfera violenta, corrotta, sanguinaria, possiamo capire come si vive in Venezuela, e come solo una federazione extra-nazionale potrebbe e dovrebbe intervenire. Questo paese non è ricco, non ha grandi giacimenti petroliferi, l’industria si è sviluppata in modo diseguale e gran parte della popolazione è concentrata nella parte settentrionale del territorio. Povertà e inflazione hanno messo in ginocchio Caracas. Furti e rapimenti sono all’ordine del giorno, come gli omicidi. Si fanno cinque ore di fila per comprare la farina di mais e il governo sta proibendo definitivamente la proprietà privata. Manca l’acqua e aumentano le malattie virali. “La gente muore di HIV e di cancro molto rapidamente”, denuncia Carolina Ramirez, chimica industriale di 44 anni, che ha preferito usare un falso nome dopo aver costatato un aumento della repressione politica. Spera di poter abbandonare il Venezuela e come lei molti venezuelani partono per la Colombia, il Panama o l’Argentina. Erika Reginato sprona l’Italia ad intervenire, sensibilizza gli intellettuali perché il suo grido non rimanga inascoltato. “La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruttrice”, sosteneva Benedetto Croce.

Alessandro Moscè

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